di Kevin De Sabbata

Il recente annuncio delle dimissioni di Keir Starmer da Primo Ministro della Gran Bretagna non è certo un fulmine a ciel sereno. Del resto, in molti avevamo predetto già nel giorno della sua elezione che non avrebbe avuto vita facile. Il fatto interessante, però, è che Sir Keir è il sesto premier ad abbandonare Downing Street nell’arco di dieci anni, in un paese in cui, in passato, i governi tendevano a rimanere in sella per varie legislature, definendo intere epoche storiche.

In realtà, la società britannica si trova oggi ad affrontare una serie di nodi lasciati irrisolti per anni e venuti finalmente al pettine. In questo senso la Brexit è stato il detonatore di problemi che vanno ben al di là dell’evento in sé.

Fin dagli anni Ottanta il Regno Unito è uno dei Paesi europei che ha adottato con più convinzione politiche liberiste caratterizzate da forti tagli di spesa, privatizzazione di servizi essenziali (ad esempio l’acqua e il trasporto pubblico), introduzione di un approccio aziendalista (ancor più che da noi) in settori come la sanità, la scuola o l’università, deregolamentazione e tassazione relativamente bassa su capitali e imprese. Per vari anni questo ha fatto della Gran Bretagna un sistema con i conti pubblici generalmente in ordine ed un’economia dinamica, ma ha portato a servizi pubblici ridotti piuttosto male, a forti diseguaglianze sociali e a un costo della vita ancora più fuori controllo che in altri paesi, specialmente a danno delle nuove generazioni.