Meno di due anni fa era l'uomo che aveva restituito il potere ai laburisti dopo quattordici anni di governi conservatori. Oggi, invece, Keir Starmer ha annunciato le proprie dimissioni, travolto da una crisi politica e da una rivolta interna al Partito Laburista che ne hanno reso inevitabile il passo indietro. Resterà a Downing Street solo fino all'elezione del suo successore, attesa entro il rientro del Parlamento a settembre. La parabola politica di Starmer è stata tanto rapida quanto sorprendente. Nel luglio del 2024 aveva conquistato una maggioranza schiacciante promettendo stabilità dopo gli anni turbolenti della Brexit, dei governi di Boris Johnson, Liz Truss e Rishi Sunak. L'ex procuratore generale aveva costruito la propria immagine su sobrietà, competenza e rigore, presentandosi come il leader capace di riportare normalità nella politica britannica. Ma proprio quella prudenza che inizialmente era stata considerata un punto di forza si è trasformata, con il passare dei mesi, nella sua principale debolezza. L'economia è rimasta stagnante, il costo della vita ha continuato a pesare sulle famiglie, il sistema sanitario nazionale ha faticato a migliorare e il tema dell'immigrazione è rimasto al centro dello scontro politico. Le promesse di rilancio si sono scontrate con margini di bilancio molto limitati e con una crescita economica insufficiente.