Pasquale Ferraro

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Britain’s Prime Minister Keir Starmer speaks to the media outside 10 Downing Street to announce his resignation in London, Monday, June 22, 2026.(AP Photo/Kin Cheung)

Dopo un anno, 11 mesi e 17 giorni si conclude l’avventura di Sir Keir Starmer al numero 10 di Downing Street. Un addio amaro, pieno di rimpianti e recriminazioni. Non solo per la rapidità con la quale si è consumata una leadership che aveva saputo riportare al governo i laburisti dopo 14 anni di governo conservatore, ma anche perché parliamo di un partito che aveva perso l’anima e la capacità di ascoltare i suoi elettori.

Lo dimostrò in maniera evidente il voto massiccio degli elettori laburisti in favore della Brexit, soprattutto nei sobborghi industriali e nelle aree rurali del nord, un tempo feudo delle Trade Unions. Quel segnale fu un primo campanello d’allarme per un partito che, dalla sconfitta di Gordon Brown, non era più stato in grado di toccare palla e di proporre ai britannici una visione che andasse oltre gli slogan fanatici e impopolari di Jeremy Corbyn, con i conservatori rampanti e con la nuova destra di Farage che, una volta ottenuta la vittoria della Brexit, sembrava essersi estinta. Oggi sappiamo che non è stato così, ma di questo hanno colpa i conservatori ed è una storia diversa.