Uno tsunami di colore nero, violento e incontenibile: con la vittoria in Colombia di Abelardo de la Espriella, salgono addirittura a 12 i paesi governati dalla destra, per lo più della peggior specie, in stile Maga, falsamente anti-sistema – in realtà ferocemente filo-casta -, tutta pugno di ferro e motosega, golpista, revisionista e negazionista climatica.

SOLO IN QUESTA prima metà dell’anno, il punteggio è di tre a zero: appena prima della vittoria di El Tigre, l’outsider che nessuno aveva visto arrivare, è stata la volta della peruviana Keiko Fujimori, figlia dell’ex dittatore (manca ancora la proclamazione ufficiale, ma ormai è fatta), e prima ancora si era imposta in Costa Rica, con una vittoria schiacciante già al primo turno, Laura Fernández, decisa a trasformare il suo paese in uno stato autoritario, sul modello salvadoregno di Nayib Bukele, l’idolo di tutte le forze conservatrici. Tre vittorie, per la destra, seguite a molte altre: in Argentina con Javier Milei, in Ecuador con Daniel Noboa, in Bolivia con Rodrigo Paz, in Cile con José Antonio Kast, in Honduras con Nasry Asfura.

QUANT’ACQUA è passata sotto i ponti dai tempi del ciclo progressista, l’ondata di governi di sinistra e centro-sinistra saliti al potere a partire dal 1999. Era l’epoca di Hugo Chávez, di Lula, di Néstor Kirchner, di Evo Morales, di Rafael Correa, di Manuel Zelaya, di Fernando Lugo. L’epoca del processo di integrazione latinoamericana, con l’affossamento dell’Alca (l’Area di libero commercio delle Americhe), al tempo il più ambizioso progetto imperialista per la regione, e la nascita della Celac, la Comunità degli Stati latinoamericani e caraibici, con tutte le carte in regola per poter diventare, per i 33 paesi a sud del Rio Bravo, lo strumento di integrazione, di cooperazione e di pace che non aveva di certo mai potuto fornire l’Organizzazione degli Stati Americani, con la sua ininterrotta storia di legittimazione di invasioni militari e di colpi di Stato.