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Negli ultimi tre anni i leader di destra e di estrema destra hanno vinto praticamente tutte le elezioni in America Latina, e cambiato la tendenza politica nel continente. Questa settimana l’estremista di destra Abelardo de la Espriella ha vinto le elezioni presidenziali in Colombia, ed è probabile che la candidata conservatrice Keiko Fujimori vincerà le elezioni in Perù (che si sono tenute a inizio giugno, ma dove il conteggio sta procedendo molto a rilento). Quasi tutti questi leader rappresentano un nuovo tipo di destra latinoamericana, che probabilmente può essere identificata con un aggettivo: trumpiana.
Di fatto, dei grandi paesi del continente, soltanto due sono ancora governati da progressisti: Messico e Brasile, che sono anche i due più grandi in termini di popolazione e di economia. A questi possiamo aggiungere, tra i paesi di maggiore rilevanza, anche l’Uruguay. Gli altri grandi paesi della regione, dall’Argentina alla Bolivia alla Colombia, sono oggi governati dalla destra.
Questi cambiamenti hanno motivazioni in parte sistemiche e in parte specifiche.
La vittoria delle destre in molti paesi è una reazione ai fallimenti soprattutto in economia di precedenti governi di sinistra, come è avvenuto in Argentina e Bolivia. È una reazione al peggioramento delle condizioni di sicurezza e all’aumento delle attività della criminalità organizzata in molti paesi, a cui la sinistra non ha saputo dare risposte ritenute sufficientemente efficaci dall’elettorato. È anche la conseguenza delle interferenze dell’amministrazione statunitense di Donald Trump, che nell’ultimo anno e mezzo ha sostenuto molti candidati di destra alle elezioni, che poi quasi sempre hanno vinto.














