«Soffia un vento nuovo in America Latina». Il messaggio, diffuso sui social, era rivolto al neo-vincitore delle elezioni colombiane, Abelardo de la Espriella. Mentre lo scriveva, probabilmente, però, il 22 giugno, Keiko Fujimori sperava che le folate raggiungessero al più presto il Perù. Così è stato. Con un vantaggio dello 0,3 per cento sul rivale progressista Roberto Sánchez, la leader d’ultradestra e figlia del dittatore Alberto è riuscita a spuntarla alla quarta corsa per la presidenza. Con l’inizio del suo mandato, il 28 luglio, e il giuramento, oggi a Bogotà, di de la Espriella, la nuova mappa del potere in America Latina è quasi completa. E vede nelle mani dell’estrema destra ben undici Paesi su un totale di venti. Se dal calcolo, inoltre, si tolgono le cosiddette dittature “anti-imperialiste” – di facciata –, come Cuba e il Nicaragua, o il Venezuela, ormai un caso a parte, al centro-sinistra rimangono appena sei nazioni. Il bilancio, inoltre, non include il Brasile, il cui prossimo futuro si deciderà in ottobre, con la probabile sfida tra l’icona del progressismo globale, Luiz Inácio Lula da Silva, e Bolsonaro jr ovvero Flávio, primogenito dell’escluso – per ragioni giudiziarie – Jair. Il Gigante del Sud, però, è abituato a essere anomalia – in primis linguistica – nel Continente. Anche per questo, la sua campagna elettorale, entrata ormai nel vivo, oscilla tra le opposte categorie di “resa dei conti definitiva” e “eccezione”. Con Lula in netto vantaggio nei sondaggi, almeno per ora. Al netto ovviamente della cosiddetta incognita biologica per un 80enne, i cui problemi di salute irrompono in modo intermittente nel dibattito elettorale e post.Una mappa nuova. A ovest del Rio Paraná, nel frattempo, raffiche impetuose hanno ridisegnato il paesaggio politico nel giro di diciotto mesi. In questo periodo, nello sterminato spazio tra il Rio Bravo e la Terra del Fuoco si sono tenute otto consultazioni. La sinistra, con accenti più o meno moderati, ce l’ha fatta solo in Guyana. Il resto – dall’Ecuador ad, appunto, la Colombia, passando per Bolivia, Honduras, Cile, Costa Rica, Perù – è andato alla destra radicale e populista, decisa a «cancellare gli avversari», la «casta» e la «cultura decadente su genere e minoranze». Un programma ben diverso da quello dei partiti conservatori classici, basato su difesa del mercato, rigore fiscale e lotta alla corruzione. Nel clima di polarizzazione imperante, questi ultimi sono stati fagocitati dalle frange estreme e dai loro rappresentanti: uomini e donne volutamente eccessivi, nella retorica e, spesso, nelle proposte. Un fenomeno che richiama, non casualmente, gli slogan del vicino del Nord: Donald Trump, comune riferimento nel variegato universo dei muscolari leader latinoamericani al comando.Credits: AvvenireIl grande elettore del Nord. Dalla fine della Guerra fredda, il pendolo continentale ha dondolato ciclicamente tra sinistra e destra. La spinta propulsiva del fronte progressista, dopo una fase di boom alla vigilia degli anni venti, aveva cominciato ad esaurirsi nel 2024, con la vittoria – per quanto poco trasparente – di Nayib Bukele in Salvador, seguita a quella di Luis Abimander in Repubblica Dominicana e di José Raúl Molino a Panama. Bilanciate, però, dai successi di Claudia Sheinbaum in Messico e di Yamandú Orsi in Uruguay. La vera e propria “rivoluzione ultrà”, dunque, si è compiuta solo con il ritorno alla Casa Bianca del tycoon. A differenza del primo mandato, il Trump-bis ha fatto dell’America Latina una priorità. Nella scelta ha senza dubbio avuto un ruolo Marco Rubio, il primo latino a ricoprire l’incarico di segretario di Stato. “L’opzione continentale” del tycoon, tuttavia, è in linea con l’interesse – ormai palese – per i serbatoi nevralgici del pianeta, in termini di materie prime strategiche e risorse energetiche, dal petrolio alle terre rare. I due piani di sicurezza e difesa nazionale, diffusi tra dicembre 2025 e gennaio 2026, lo affermano in modo esplicito. Il presidente statunitense l’ha ribattezzata “Dottrina Donroe”. Una riedizione in chiave MAGA del progetto di egemonia emisferica elaborato, nel 1823, dal predecessore James Monroe. Lo stesso che l’Amministrazione Obama, 190 anni dopo, aveva dato per archiviato, forse un po’ troppo ottimisticamente. Alle presidenziali honduregne e alle legislative argentine, il capo della Casa Bianca è intervenuto platealmente con la minaccia di tagliare gli aiuti o la promessa di incrementarli. A de la Espriella ha dato un endorsement su Truth mentre altrove si è limitato a un sostegno indiretto. Ovunque è stato ripagato con un allineamento quasi totale agli umori di Washington e l’adesione al suo “Scudo delle Americhe”, alleanza regionale su cooperazione militare e di sicurezza.Guerra alla droga: mito e realtà. L’accento sulla sicurezza non è casuale. La riscoperta di Monroe procede di pari passo con il rilancio di un altro leitmotiv ricorrente della politica continentale di Washington: la nixoniana guerra alla droga. Analisi e storia ne hanno dimostrato il fallimento: la militarizzazione della lotta al traffico senza agire su cause strutturali e prevenzione non ha ridotto il potere dei cosiddetti narcos. Ha, al contrario, contribuito a trasformarli in imperi finanziari trasnazionali, attivi tanto nell’economia criminale quanto nei settori legali. Trump l’ha riproposta – potenziata, come suo stile – con i raid su imbarcazioni non meglio precisate nell’Atlantico e nel Pacifico, con un bilancio di quasi settanta morti senza processo né capi di accuse chiari. Dietro la retorica della “guerra alla droga”, tuttavia, si nasconde una questione cruciale. O, forse, “la” questione dirimente dell’America Latina contemporanea. Le democrazie, subentrate alle sanguinarie dittature novecentesche si sono incamminate solo in parte sulla road map tracciata dall’argentino Raúl Alfonsín al termine della notte dei generali: alimentare, curare, educare i propri abitanti. Il Continente resta, al contrario, il più diseguale del pianeta. Ma, soprattutto e in misura crescente, registra tassi bellici di violenza pur non essendo formalmente teatro di alcuna guerra. I protagonisti sono, appunto, questi potentati economici, chiamati in modo riduttivo narcos perché l’accumulazione originaria del capitale è derivata dal traffico di stupefacenti che, tuttavia, rappresenta ormai appena uno dei business. Data l’assenza cronica, la fragilità o la connivenza delle istituzioni, il giro d’affari principale ruota intorno al controllo del territorio e, dunque, delle sue ingenti risorse. Ambito in cui trattano con disinvoltura tanto con aziende nazionali come con società di Paesi spesso rivali, dalla Cina alla Russia a Usa e Canada. I governi progressisti che si sono susseguiti negli ultimi anni si sono rivelati incapaci – per debolezza o convenienza – di smantellare il sistema di patti su cui lo status quo feroce prospera. E di garantire ai cittadini almeno il diritto a non essere assassinati, torturati, rapiti, “desaparecidos” nella totale impunità. Il Messico è, forse, l’esempio più compiuto. In questo contesto, le promesse ultrà di fare piazza pulita dei criminali – più che del crimine – ha avuto facile presa sugli elettorati. Non per niente, la “stella polare” della destra ultrà è Nayib Bukele che ha incarcerato la fragilissima democrazia salvadoregna insieme a decine di migliaia di reali o presunti esponenti delle gang. E, nonostante abusi, torture e scandali, mantiene livelli elevatissimi di consenso poiché, come contropartita del pugno di ferro, ha offerto alle persone un minimo di protezione.Laboratorio Venezuela. Con la giustificazione della “guerra alla droga”, la Dottrina Donroe ha debuttato sulla scena internazionale. Il 3 gennaio, le forze speciali statunitensi sono atterrate a Caracas per catturare il presidente Nicolás Maduro, sotto processo ora a New York per narcotraffico. Da allora, il Paese sperimenta una sorta di “sovranità frammentata” che i politologi considerano il volto emergente del colonialismo del secolo XXI. È il governo della chavista Delcy Rodríguez a garantire la sicurezza e il grosso delle funzioni amministrative risparmiando a Washington il costo di un’occupazione. Gli Usa, tuttavia, mantengono una supervisione generale e, soprattutto, il controllo dell’estrazione e del commercio del petrolio, autentica ragione – Trump dixit – dell’intervento.Ciclo passeggero o assetto? Gli emuli latinos di Trump si sono aggiudicati, in pratica, ogni competizione recente. Un dato di dato di fatto che può far considerare il nuovo corso come l’inizio di un assetto stabile. Proprio le due ultime competizioni, tuttavia, si prestano a un’interpretazione opposta. In Perù e Colombia, Fujimori e de la Espriella hanno vinto, rispettivamente, con un margine dello 0,3 e dello 0,9 per cento. Nel giro di qualche mese, l’argentino Milei, il cileno Kast e l’ecuadoriano Noboa hanno perso una decina di punti nei sondaggi. La prossima mano si gioca ora tra il Brasile e il midterm di Washington.
Così Trump ridisegna l'America Latina
Gli 11 Stati guidati dall'estrema destra ricalcano lo stile roboante del tycoon e la guerra ai narcos. Il presidente Usa ha fatto dell'egemonia nella regione una priorità con la sua "Dottrina Donroe".






