Il trionfo di Abelardo De La Espriella a Bogotà, conferma l’avanzata di Washington in America Latina, dove la sinistra perde sempre più terreno. In meno di un anno la destra pro-Trump ha vinto sette elezioni su sette – Bolivia, Cile, Colombia, Costarica, Ecuador, Honduras e Perù – rimbalzando la regione nelle braccia degli Stati Uniti. Che fornisce indicazioni di voto a ogni Paese. Resistono solo il Brasile, che il 4 ottobre si recherà alle urne (primo turno) per scegliere tra il presidente Luiz Inácio Lula Da Silva e Flávio Bolsonaro, italo discendente, figlio dell’ex presidente Jair, e il Messico di Claudia Sheinbaum, che ha vietato per legge le ingerenze straniere alle elezioni. Diversa, ma non troppo, la situazione a Cuba e in Nicaragua: L’Avana resiste, quasi in solitaria, a sanzioni illegali e disumane; Managua, più pragmatica, tenta l’appeasement con la Casa Bianca.

Archiviata del resto l'”Utopia concreta”, di cui parlava Hugo Chávez, che negli ultimi tre decenni ha raggiunto almeno dieci Paesi, tracciando reti e organizzazioni transnazionali (Alba, Celac, Unasur) animate dal sogno dell’integrazione regionale. Incide in parte il taglio dell’83% dei fondi Usaid, una delle prime decisioni dell’amministrazione Trump, cancellando importanti interventi di Welfare, che andavano dall’istruzione al contrasto alle povertà. “Da allora nessun candidato di sinistra ha vinto alle elezioni nella regione”, osserva l’analista Mary Rooke. Fonti del Partito repubblicano ne parlano come un successo, rivendicando l’interruzione di una governance Dem nel sud del mondo. “Abbiamo identificato e bloccato l’invio di fondi che venivano usati per scopi del tutto estranei agli aiuti umanitari reali”, rivendicava lo stesso Trump, giustificando la decisione.