C’è in gioco molto di più di un semplice ballottaggio oggi in Colombia. Il rischio è che il paese sprofondi nello stesso incubo che, almeno per la popolazione che ha a cuore la democrazia, si è già vissuto in Brasile con Bolsonaro e si sta vivendo ora negli Usa con Trump, in Argentina con Milei e in El Salvador con Bukele. È a tutti loro, infatti, che si ispira Abelardo de la Espriella, il candidato di estrema destra a cui gli esperti assegnano l’80% delle chances di vittoria.
Come loro, «el Tigre» – così si fa chiamare – si presenta come un esponente anti-establishment, nemico di quella che Milei chiama «la casta» e Trump «la palude», grondante d’odio per quegli avversari di sinistra – a cominciare ovviamente dal candidato progressista Iván Cepeda e dal presidente Petro – che ha promesso di «fare a pezzi».
E PAZIENZA se ostenti oscenamente la sua ricchezza, tra jet privati, appartamenti in Italia e a Miami, vestiti firmati acquistati nel nostro paese e una linea di scarpe da ginnastica al prezzo di 1.250 dollari al paio: non semplici calzature, spiega, ma «un’opera d’arte e un simbolo di potere», pensato «per le vere tigri».
Pure che si sia arricchito come avvocato di mafiosi, truffatori e narcotrafficanti e abbia apertamente elogiato i paramilitari importa poco: per metà della popolazione colombiana è sufficiente che prometta ordine e sicurezza, assicurando carta bianca ai militari – che lo adorano – e garantendo l’applicazione del modello repressivo di Bukele, con tanto di costruzione di 10 mega-prigioni. «Chiunque blocchi le strade, attacchi le infrastrutture o aggredisca le forze di sicurezza imparerà – avverte – quanto duramente morde la tigre».













