Di: Il giardino di Albert / Cesare Bernasconi Ci (ri)siamo! Il solstizio d’estate porta con sé la tipica esuberanza di questa stagione prodiga di caldo e di luce. Ce ne accorgiamo in parte da come gli individui si comportano. C’è voglia di uscire, di incontrarsi, di festeggiare. Gli sguardi sono particolarmente ammiccanti. La seduzione diventa un’arma potente per esprimere la nostra estroversione rimasta per lunghi mesi in un limbo trattenuto e discreto. Le grigliate e gli aperitivi in giardino si moltiplicano, così come gli eventi grandi e piccoli. Un’esuberanza che in alcuni casi si trasforma in follia collettiva, quando assume i contorni irrefrenabili di un “dover fare qualcosa a tutti i costi”. Se per molte persone questi eccessi sembrano sfiorare un’esagerazione di carattere squisitamente socioculturale - quasi si trattasse di un “mandato” implicito, che impone di divertirsi sempre e comunque - è giusto ricordare che vi sono dei fatti scientifici che spiegano questa metamorfosi estiva. È come se la bella stagione non si limitasse a invadere luoghi e paesaggi, ma si infilasse dentro i corpi e nei cervelli, riscrivendo, almeno temporaneamente, il modo in cui funzionano. Il solstizio d’estate rappresenta, dal punto di vista scientifico, un vero spartiacque: il giorno più lungo dell’anno, il momento in cui la luce solare raggiunge la sua massima estensione. Ed è proprio questa estensione a modificare il nostro equilibrio interno. I ritmi circadiani, cioè quei cicli biologici di circa 24 ore che regolano sonno, umore, metabolismo, temperatura corporea e capacità cognitive, hanno il loro “centro di comando” nel nucleo soprachiasmatico dell’ipotalamo. È lì che arriva il segnale della luce captata dalla retina, ed è lì che prende forma la sincronizzazione tra il mondo esterno e quello interno.IMAGO / BSIPQuando la luce aumenta - e soprattutto quando si prolunga nelle ore serali - questo sistema viene spinto verso un nuovo equilibrio. La melatonina viene soppressa più a lungo, mentre aumentano cortisolo e serotonina: neurotrasmettitori legati alla vigilanza e al tono dell’umore. Il risultato non è solo che si dorme più tardi. È che si resta attivi più a lungo, e in modo più intenso. Fin qui forse nulla di sconvolgente. Ma c’è dell’altro. La luce, infatti, non si limita a regolare il sonno. Modifica l’architettura stessa del comportamento. Esiste un intero sistema neurobiologico - mediato da cellule retiniche fotosensibili (ipRGC) - che traduce la luce in segnali diretti per i circuiti cerebrali che regolano attenzione, apprendimento e umore. Le cellule ipRGC sono un tipo speciale di fotorecettori dell’occhio umano che utilizzano il pigmento melanopsina per rilevare la luce, in modo indipendente dai classici coni e bastoncelli. La loro funzione, infatti, non è legata alla formazione di immagini visive. In altre parole: la luce “parla” al cervello anche quando non ce ne accorgiamo. IMAGO / DreamstimeE questo dialogo ha effetti misurabili. Un recentissimo studio pubblicato proprio quest’anno su Communications Psychology e condotto dall’Università di Manchester ha rilevato che una maggiore esposizione alla luce diurna migliora diverse funzioni cognitive nella vita reale: maggiore attenzione sostenuta, minore sonnolenza e tempi di reazione più rapidi del 7‑10%. Non in condizioni artificiali da laboratorio, bensì nella quotidianità.Un altro aspetto che merita attenzione risiede nel fatto che la luce non agisce soltanto sulla vigilanza. Interviene anche sui sistemi neurochimici della motivazione. Studi di neuroimaging dell’Università di Liegi, condotti nel 2007 dal professor Gilles Vandewalle, hanno dimostrato che l’esposizione luminosa influenza l’attività delle aree cerebrali coinvolte nella regolazione emotiva, mentre ricerche successive hanno evidenziato una modulazione stagionale della serotonina e della dopamina. La serotonina contribuisce a stabilizzare il tono dell’umore, la dopamina regola motivazione e ricerca di ricompensa. Quando questi sistemi vengono potenziati dalla luce, il risultato non è solo un maggiore benessere: è una diversa valutazione delle possibilità. Ciò che prima restava un’idea può diventare un’azione. Non perché sia più sensato, ma perché appare più raggiungibile.Sarà sulla scorta di questi slanci particolarmente ispirati che l’anno scorso centinaia di ragazzi si sono dati appuntamento a quasi 1600 m di altitudine, sotto il Pizzo Erra per un rave di mezza estate particolarmente euforico?https://rsi.cue.rsi.ch/info/ticino-grigioni-e-insubria/Rave-illegale-ad-Anzonico-multe-e-sequestri--2942325.htmlGià, perché quando il cervello diventa più reattivo, diventa anche più incline all’azione. Non si tratta di impulsività, ma di una soglia più bassa tra pensiero e comportamento. Il passaggio dall’intenzione al gesto richiede meno energia. Ed è in questo momento che quell’apparente voglia di socialità - le serate che si allungano, gli inviti improvvisati, la voglia diffusa di uscire - assume un altro significato. È una forma di “espansione fisiologica” - se mi si concede l’espressione. Uno studio condotto all’Università di Lund (Svezia) nel 2018 - e pubblicato nel Journal of Circadian Rhythms - ha evidenziato d’altronde che, nei mesi estivi, non si allungano solo le giornate: si “espande” anche il comportamento. Le persone trascorrono più tempo all’aperto, ricevono molte più ore di luce naturale e, insieme a questo, mostrano cambiamenti concreti nell’umore e nelle abitudini quotidiane. La luce, in pratica, non illumina soltanto l’ambiente: aumenta la quantità e la qualità degli stimoli che il cervello deve elaborare, e con essi il livello generale di attivazione cerebrale. Si crea così un circuito che si autoalimenta: la luce aumenta l’energia, l’energia aumenta il comportamento, il comportamento aumenta gli stimoli, e gli stimoli mantengono alta l’attivazione.IMAGO / DreamstimeDentro questo meccanismo si inserisce un altro effetto, più sfuggente ma comunque rilevante: la percezione del tempo. Le giornate lunghe non sono soltanto più lunghe. Vengono percepite come più aperte, meno vincolate. Il tramonto tardivo ritarda i segnali di rilassamento e distensione e il cervello, semplicemente, continua a funzionare come se la giornata non fosse finita. E quando la giornata non finisce, il cervello tende a occupare quel tempo aggiuntivo con nuove azioni e stimoli.IMAGO / Elmar GubischNon sorprende allora che, attorno al solstizio, si osservi una forma di esuberanza collettiva: più interazione sociale, più movimento, più decisioni “di pancia”, prese sul momento. Alcuni studi in ambito comportamentale hanno osservato che queste condizioni - maggiore luce, maggiore temperatura, maggiore attività sociale - possono addirittura essere associate anche a un potenziale aumento dei comportamenti aggressivi o disinibiti, proprio perché aumentano le occasioni di interazione e la reattività individuale. È un effetto marginale, ma indicativo: quando il sistema nervoso accelera, tutto accelera. Naturalmente, come accade spesso nei sistemi biologici, esiste un limite. L’esposizione prolungata alla luce, soprattutto se combinata con il caldo, può portare a una condizione di sovra‑attivazione. Il cervello resta acceso troppo a lungo, l’attenzione si frammenta, compare quella sensazione di affaticamento mentale - il cosiddetto brain fog estivo: una sorta di deficit cognitivo da stress termico o da sovraesposizione luminosa. Spesso confuso con la più banale pigrizia, il brain fog è invece il segnale che il sistema ha superato il proprio punto ottimale. Le ricerche sui ritmi circadiani mostrano chiaramente che intensità, durata e timing della luce determinano effetti diversi sull’organismo. Fino a una certa soglia, la luce migliora vigilanza e performance. Oltre, può disturbare i ritmi e ridurre, appunto, l’efficienza cognitiva. Forse è proprio questo equilibrio instabile a rendere l’estate così peculiare. Da una parte, la stagione della massima espansione energetica: più luce, più attività, più apertura. Dall’altra, una condizione che, se spinta troppo, può diventare dispersiva.Insomma, dietro quello che appare come un semplice “clima estivo”, si muove qualcosa di molto più ampio, complesso e per certi versi pervasivo. Una diversa forma, temporanea, del nostro modo di funzionare.