Ricercatrice e bioinformatica, appassionata di scienza e di tutto ciò che accende curiosità. Mi piace scoprire le connessioni tra ricerca e vita quotidiana, e …

Avete notato come Bergamo d’estate cambia completamente il proprio metabolismo, quasi fosse un organismo vivente? Non parlo solo della temperatura o dell’umidità, ma anche del traffico, del rumore, e del modo in cui le persone vivono gli spazi della città. Le strade si svuotano nelle ore più calde, il ritmo rallenta e sembra quasi che Bergamo trattenga il fiato fino al tramonto. Poi, all’esatto opposto, succede qualcosa. Le piazze si riempiono, i tavolini dei bar si animano, bambini e famiglie tornano nei parchi, si passeggia senza una meta precisa. È un rituale che si ripete ogni estate e che sembra scritto nel nostro Dna. Ma perché, proprio nella stagione più calda dell’anno, sentiamo così forte il bisogno di stare fuori, all’aperto? La risposta coinvolge la biologia, la storia delle città e - oggi più che mai -il modo in cui stiamo imparando ad adattarci al cambiamento climatico. L’essere umano è una specie sociale. Per migliaia di anni ha costruito la propria vita all’aperto, organizzando lavoro, commercio e relazioni nelle piazze e nei mercati, per favorire l’incontro prima ancora dello spostamento. L’estate, con le giornate più lunghe, ha sempre rappresentato il momento in cui questa vocazione collettiva si esprime al massimo: si cena all’aperto più spesso, aumentano gli eventi e le passeggiate serali si allungano. Non è soltanto un’abitudine culturale, ma anche una risposta del nostro organismo.