Aggiungi ItaliaOggi alle tue fonti preferite su Google per non perderti i nostri contenutiPer una patrimoniale, quella a carico dei super-ricchi, su cui la politica nelle ultime settimane si sta dividendo, ce n’è un’altra da 22 miliardi di euro l’anno che nessun partito propone quantomeno di attutire.
È l’Imu, l’imposta municipale unica, introdotta nel 2012, quando nel decreto Salva Italia, per mettere in sicurezza i conti pubblici minacciati da uno spread Btp-Bund sopra i 500 punti, il governo Monti decise di mettere le mani nelle tasche degli italiani. Colpendo il bene più facile da colpire (il mattone, ossia case, negozi, laboratori, capannoni) e nel modo più aggressivo possibile, con aumenti medi rispetto alla vecchia Ici tra il 50 e il 100% per effetto del rialzo delle aliquote di base e dei moltiplicatori catastali.
L’Imu rappresenta il principale introito per i comuni (18 miliardi) e alimenta anche un corposo gettito a favore dello Stato (4 miliardi) a cui viene destinata l’imposta sugli immobili del gruppo catastale D (capannoni, alberghi, industrie). Si tratta di una patrimoniale in piena regola che si paga per il sol fatto di possedere un immobile. Con una contraddizione di fondo: gravando soprattutto sulle seconde case, i proprietari pagano l’Imu in comuni in cui non risiedono, non avendo quindi la possibilità di verificare come le amministrazioni spendano i propri soldi. Il che è profondamente in contrasto con il federalismo fiscale secondo cui senza rappresentanza, ossia senza un controllo diretto da parte dei contribuenti sull’utilizzo delle risorse, non dovrebbe esserci tassazione (“no taxation without r epresentation”, dicono gli anglosassoni dai tempi della Rivoluzione americana).














