La mattina del 24 giugno di dieci anni fa, l’Europa si svegliò in stato di choc: il Regno Unito innanzitutto ma anche l’intera Unione europea; e buona parte del mondo. Il giorno prima, i britannici avevano votato al referendum noto come Brexit e, dopo un lungo conteggio notturno, la sorpresa: nessuno se l’aspettava, nemmeno i vincitori, quelli che si erano battuti per l’uscita di Londra dalla Ue, Boris Johnson in testa. Su come fu possibile un risultato così enorme si sono scritti centinaia di studi e decine di libri: dalle analisi sociologiche che cercavano di fotografare un Paese di cattivo umore a quelle politiche che vedevano in quel voto l’inizio di una stagione populista (poco più di quattro mesi dopo arrivava un’altra bomba, l’elezione di Donald Trump). La cosa più interessante, dieci anni dopo quel 23 giugno 2026, è una questione che sta emergendo sempre più insistente: quando rientrerà il Regno nella Ue? Secondo molti analisti, non è problema di se ma di quando. Da un punto di vista strettamente razionale, parrebbe logico: dopo la Brexit, la Gran Bretagna ha sofferto in economia e non ha avuto i vantaggi che la propaganda le aveva promesso. D’altra parte, però, anche un decennio fa la razionalità avrebbe consigliato di non abbandonare la Ue: ma non è che la passione non conti niente in politica, anzi. I sondaggi (YouGov) di oggi dicono che c’è un 57% di britannici che considera sbagliata quella scelta, contro il 30 che la ritiene ancora giusta. I sondaggi realizzati quando la scelta non è sul tappeto, però, contano poco. Di fronte all’idea di perdere la sterlina per l’euro, il risultato di un referendum per il rientro sarebbe davvero una valanga di sì? La prospettiva di bussare alla porta della Ue e chiedere quello che per un certo periodo sarebbe uno strapuntino come agirebbe sulla psiche britannica? C’è poi il fatto che parecchie capitali del continente non sono affatto entusiaste di riaprire la porta a Londra: porrebbero condizioni dure. In più, la Ue sta orientandosi verso alleanze di cosiddetti «volonterosi», di cui non fanno parte tutti i 27 ma può fare parte, come sulla difesa, il Regno Unito: già un rientro parziale. Infine, un referendum ora sarebbe così politicamente esplosivo che a Londra, per gestirlo, servirebbe un governo fortissimo. Ma l’ultimo solido fu quello di Tony Blair, 2007. Dopo, il caos.