Il 24 giugno 2016, esattamente dieci anni fa, veniva annunciato il risultato di un referendum popolare destinato a passare alla storia, quello che spingeva il Regno Unito fuori dall’Unione europea. Non si tratta, però, di una ricorrenza che meriti festeggiamenti: nessun governo, né conservatore né laburista, ha trovato indicatori macroeconomici in cui la Brexit abbia prodotto un chiaro beneficio per il paese.Quello che doveva essere il momento della indipendenza britannica si è trasformato in un esperimento di evidente autolesionismo economico e politico.
La Gran Bretagna non è diventata la Singapore occidentale, la ricchezza non è cresciuta, l’immigrazione non è crollata come auspicavano coloro che hanno votato dieci anni fa. La Brexit non ha portato il paese sul lastrico, ma ha certamente indebolito il Regno Unito, lo ha reso più povero, più isolato e più instabile politicamente. Un riavvicinamento strutturale con l’Unione europea non è solo auspicabile: è probabilmente l’unica leva rimasta a un governo britannico – chiunque lo guidi nei prossimi anni – per tornare a crescere e a contare sullo scacchiere internazionale.
Il problema: un paese che si è tagliato le gambe da solo
Per un decennio, il dibattito sulla Brexit è stato dominato dalla domanda: «Cosa sarebbe successo se non ci fossero stati il Covid e la guerra in Ucraina?» È una domanda che ha permesso a chi ha promosso l’uscita dall’Ue di nascondersi dietro shock esogeni che hanno colpito tutte le economie occidentali. Ma, quando si isola l’effetto specifico della Brexit, il quadro che emerge è decisamente cupo – seppure non si sia verificata la catastrofe che paventavano i principali avversari della Brexit – e ormai condiviso da istituzioni che non hanno interesse politico a sostenere una tesi piuttosto che l’altra: la Banca d’Inghilterra, l’Office for Budget Responsibility, l’Obr, il National Institute of Economic and Social Research, il National Bureau of Economic Research americano.










