Il 23 giugno del 2016, dieci anni esatti fa, al referendum su Brexit vinse di misura l’opzione per portare il Regno Unito fuori dall’Unione Europea, 52 a 48 per cento. Nella percezione collettiva sembrano passati molti più anni per le estenuanti trattative che seguirono, per l’instabilità che da allora vive la politica britannica, e perché l’uscita formale avvenne tempo dopo, soltanto nel gennaio del 2020.

L’esito del referendum fu una specie di trauma, tanto per il Regno Unito quanto per il resto dei paesi dell’Unione Europea, che avrebbe perso uno dei membri più importanti nonché la sua principale potenza militare. Brexit fu anche il primo di una serie di voti in Occidente in cui vinse o andò molto bene l’opzione più contraria all’establishment e ai partiti tradizionali a disposizione dell’elettorato: pochi mesi dopo Donald Trump fu eletto per la prima volta alla Casa Bianca, nel 2017 Marine Le Pen arrivò al ballottaggio delle elezioni presidenziali francesi, nel 2018 il Movimento 5 Stelle risultò di gran lunga il partito più votato alle elezioni parlamentari in Italia.

La vittoria del Leave al referendum su Brexit fu raccontata come inattesa e sorprendente, e anche oggi tendiamo a ricordarcela in quel modo. In realtà fu uno sviluppo a cui la politica britannica sembrava indirizzata da tempo.