La crisi climatica è anche una crisi di estrema concentrazione della ricchezza. A dimostrarlo, da una prospettiva nuova, è un rapporto appena pubblicato da Greenpeace dal titolo Comprendere il debito climatico della ricchezza estrema. Secondo l’organizzazione, infatti, il dibattito pubblico e le politiche climatiche hanno finora avuto una visione miope dell’impatto degli ultra-ricchi sul riscaldamento globale.
Il problema è che ci si è sempre concentrati sui consumi, puntando il dito su quelli ad alta intensità di carbonio: voli in jet privato, giri in yacht, piscine, carni pregiate e, più in generale, stili di vita di lusso. Ma la parte meno visibile e, secondo l’analisi, più rilevante riguarda ciò che gli ultra-ricchi finanziano, possiedono e da cui traggono profitto. Il rapporto stima infatti che le persone più ricche contribuiscano a quasi mille miliardi di dollari di danni climatici all’anno attraverso le emissioni legate alla proprietà di asset finanziari e attività economiche.
Per stimare questa cifra, gli autori e le autrici dello studio hanno calcolato le emissioni usando due approcci. Il primo, più comune, si basa sui consumi e attribuisce agli individui una quantità di emissioni in base ai beni e ai servizi che acquistano. Il secondo, invece, attribuisce le emissioni in base al possesso di capitale, come azioni, partecipazioni societarie, portafogli di investimento e proprietà fisiche. In sintesi, quest’ultimo criterio non si limita a misurare quanto una persona inquini attraverso i propri consumi, ma considera anche quali attività economiche possiede o finanzia.
















