Mentre la politica europea continua a discutere di competitività, produttività e vincoli di bilancio, un gruppo di economisti guidati da Thomas Piketty ha riportato al centro una domanda più radicale: come si può evitare il collasso climatico e insieme ridurre disuguaglianze incompatibili con la democrazia?

Il loro Global Justice Report propone una risposta netta: tassare le grandi ricchezze, redistribuire il reddito, ridurre l’orario di lavoro e costruire un fondo globale per la transizione ecologica, la sanità e l’educazione. La tesi è semplice e radicale: la compressione delle disuguaglianze è una condizione necessaria della sostenibilità. Non esiste transizione verde che possa essere imposta a società polarizzate, né giustizia sociale durevole su un pianeta devastato.

Prevedibilmente, gli apologeti vedranno nel Report la soluzione finalmente trovata; i critici liberali ne denunceranno l’irrealismo. Il lavoro di Piketty e dei suoi colleghi va preso invece sul serio, anche per domandarsi quali questioni lasci aperte.

Il merito del Report non consiste soltanto nell’indicare dove reperire risorse – attraverso un’imposta globale e progressiva sui patrimoni, e una riforma radicale delle istituzioni finanziarie internazionali – ma anche nel fissare priorità essenziali: istruzione, salute, riduzione delle disuguaglianze. È proprio qui che emerge un campo di questioni ulteriori. Aumentare la spesa per un settore non equivale a definirne la forma istituzionale, le modalità operative. Una scuola, un ospedale, una rete ferroviaria non sono semplici capitoli di bilancio: sono dispositivi organizzativi e tecnici che incorporano un’idea di valore, di benessere, di futuro.