C’è chi rinuncia a curarsi perché non ha la possibilità di accedere a una visita specialistica privata. Chi abita presso parenti in quanto non saprebbe dove trovare i soldi per pagare l’affitto. Chi dipende dal banco alimentare. Chi abita da solo e non ha amici. Chi ha perso il marito o la moglie. Chi sopravvive come può dietro le sbarre. Chi sprofonda nella depressione delle giornate senza senso e prive di scopo. Chi non, conoscendo la nostra lingua, sente di essere fuori posto, escluso anche quando sembra partecipare. Chi non ha potuto studiare e vive nell’impossibilità di elaborare l’esperienza interiore che resta dentro la sua psiche come un grumo emotivo. Chi a quindici anni è disperato. Chi a settanta non ha più progetti. Chi agisce senza costrutto lasciandosi trascinare dagli istinti immediati. Chi nasconde la testa sotto la sabbia. Chi piange senza darlo a vedere. Chi ride fingendo di essere felice. Chi si abbandona al potere della polvere bianca. Chi non sa più sognare. Chi ha rinunciato a misurare il tempo lasciandosi andare nel gorgo.Insomma le cosiddette fragilità che, come ogni anno anche in questo inizio d’estate il dossier della Caritas ha provveduto a registrare, scoprire e rappresentare, sono innumerevoli, possiedono forme imprevedibili e non s’annidano soltanto là dove ce le aspetteremmo, cioè negli ambienti poveri e degradati, nelle zone oscure fuori e dentro di noi, al contrario, possono albergare perfino nelle buone famiglie, nei quartieri borghesi, proprio come il classico verme che prospera all’interno del frutto più bello.La rottura della coesione sociale del nostro Paese ha radici antiche legate al passaggio fin troppo rapido dagli anni del boom industriale a quelli delle crisi economiche più recenti con la crescita esponenziale delle disuguaglianze che mai come oggi, complicate dalla prorompente rivoluzione digitale, sembrano intollerabili e tuttavia restano troppo spesso sottaciute: l’Italia dei ristoranti sempre affollati convive con quella dei barboni costretti a dormire per strada, il successo delle trasmissioni televisive più acclamate che enfatizzano il piacere del cibo trasformando gli chef in nuovi guru assomiglia a uno stridulo falsetto per chiunque abbia dato una semplice occhiata nelle mense frequentate dagli indigenti. Da una parte ci sono le stelle Michelin, dall’altra i tonnarelli scotti.Eppure, nonostante il panorama avvilente, non tutto è perduto. Perché dico questo? Penso alle piccole, meravigliose fonti d’umanità che continuano a scaturire proprio nei meandri dove il bisogno si fa più pressante e insostenibile: lo sguardo che ci regala Antonello dopo che gli abbiamo insegnato a scrivere, cinquantenne analfabeta italiano, sì, ce ne sono ancora, magari di ritorno, come si dice, gente che non ha più tenuto una penna in mano da quando era bambino, non ha composto una sola frase dal tempo della scuola elementare, non ha mai letto un libro da allora. Quello sguardo così carico di riconoscenza con gli occhi che gli brillano acquosi fra le rughe precoci è il compenso più forte per ogni volontario degno di questo nome: lo sanno quelli che, dopo aver smontato dal lavoro, la sera consegnano i panini sotto le pensiline delle stazioni dove s’accampa un popolo di derelitti. Tu gli chiedi: perché lo fate? E ti senti rispondere: per il sorriso che loro ci regalano. Dove trovare un ringraziamento altrettanto sincero, capace di dare significato a tutto?«I poveri li avete sempre con voi, ma non sempre avete me»: tante volte ho ripensato a questa battuta del giovane rabbi nella Palestina di duemila anni fa, raccolta alla maniera di una pepita d’oro nel fango da Marco, Matteo e Giovanni, cercando di intenderla come un invito a uscire dalle relazioni unicamente retributive, io ti do questo soltanto se tu mi dai quest’altro, nel tentativo di affermare un nuovo modo di stare al mondo, libero dal riscontro che potremmo ottenere: un’azione a fondo perduto in grado di trovare la sua giustificazione solo in se stessa. Una motivazione non naturale, ma culturale, da costruire insieme ai ragazzi in modo che possano orientare al meglio l’energia di cui dispongono. Lo diceva con un paragone ineguagliabile don Lorenzo Milani: se vuoi capire la differenza tra il filantropo e il cristiano pensa che il primo, quando estrae il denaro dal portafoglio, ha bisogno di sapere a chi andrà la sua beneficenza, il secondo invece si limita a farla anche rischiando che finisca nelle mani sbagliate.