Generalmente succede così. Ogni indagine sulla povertà viene puntualmente rimossa appena pubblicata. Perché non vogliamo vedere quel mondo di sofferenza e di solitudine. La povertà è oscena. Rovina l’estetica - già sfregiata da troppe esibizioni di ricchezza - delle nostre città. E le indagini che descrivono il fenomeno vengono archiviate con la stessa velocità con cui il nostro sguardo scivola via dalla condizione di un senzatetto avvolto nei suoi cartoni. Non sfugge a questa sorte di oblio anticipato anche l’ultimo rapporto della rete Caritas delle diocesi italiane al quale giustamente Avvenire dedica l’apertura dell’odierna edizione.

Le persone accompagnate, non solo aiutate materialmente ma assistite nel tentativo di farle uscire dall’abisso della loro fragilità, sono state, nel 2025, più di 283mila. In dieci anni il loro numero è semplicemente raddoppiato. E per quanto riguarda la popolazione più anziana l’aumento è stato nel decennio del 191 per cento. Oltre un quarto dei soggetti è seguito da più di cinque anni.

La povertà tende a radicarsi, a essere strutturale, e le vie d’uscita sono sempre più strette, impervie. Questo pezzo di società (perché fa parte a pieno di titolo della società) non è tornato nella condizione, seppur largamente precaria, del pre-pandemia. È precipitata ancora più in basso. E non sono gli anziani, soprattutto quelli che vivono soli (e spesso anche dimenticati), i più esposti al rischio di povertà. Sono le famiglie con minori. E questo in un Paese che fa pochi figli ed è in crisi demografica è ancora di più inaccettabile. Ma quel rapporto Caritas dice anche molto di tutti quelli che danno una mano per affrontare il fenomeno. Aiutano in tutti i modi, con le loro donazioni e, soprattutto, con il loro tempo. Un meraviglioso capitale sociale di cui essere orgogliosi. Ogni anno sempre più numeroso. Non solo perché c’è molto da fare, ma anche soprattutto perché sono in tanti che sentono il dovere (e la gioia) di dare.