di

Federico Fubini

Il greggio è sceso, ma costa ancora il 40% in più rispetto a prima della guerra. Tutte le incertezze sulla tregua e sui tempi per il ripristino dello stretto cruciale

Tolti gli economisti della Banca centrale europea e della Cassa depositi e prestiti, pochi avevano previsto a che punto si sarebbe trovata oggi l’industria mondiale dell’energia. Con il blocco di Hormuz da 107 giorni e diecimila pozzi chiusi nel Golfo, il barile era ancora nettamente sotto i cento dollari. Ieri poi il Brent è sceso da 87 a 83 dollari, per assestarsi lì, dopo l’annuncio di Donald Trump della riapertura dello Stretto. E si sarebbe potuto arrivare a questa svolta in condizioni peggiori, dato che l’Agenzia internazionale dell’energia parlava del «maggiore choc di offerta della storia».Lo è stato: non solo è rimasto bloccato il passaggio da cui transitava un quinto del flusso mondiale di greggio, ma i pozzi oggi quasi del tutto chiusi garantiscono almeno il 15% della produzione del pianeta. Anche ieri i servizi di tracciamento satellitare come Marine Traffic hanno continuato a registrare pochissimi transiti da Hormuz: una trentina nei quattro giorni fino a domenica, quando prima della guerra transitavano fino a 150 navi al giorno. Ieri soltanto una metaniera, la Disha, è stata vista avviarsi a entrare nel Golfo sotto bandiera maltese.