Westwood Boulevard, all’ombra dei grattacieli di Los Angeles, un’insegna in caratteri persiani promette bastani: il gelato allo zafferano e pistacchi che qui si mangia tra due cialde sottili, come a Teheran. Le vetrine espongono libri in farsi e pane sangak. E nel caffè all’angolo di Persian Square gli sguardi dei clienti che bevono tè al cardamomo convergono tutti nello stesso punto: il televisore dove scorrono i titoli dei telegiornali. L’Iran e gli Stati Uniti hanno raggiunto un accordo di pace. Sullo sfondo di notizie e commenti sfilano anche le immagini degli effetti di 15 settimane di guerra, con edifici sventrati e funerali.L’umore è ambivalente. Il regime dittatoriale dal quale la diaspora iraniana è fuggita è ancora al suo posto. Il Paese e la sua gente hanno sofferto, molto. Ma forse qualcosa è stato scosso, si sente dire, forse i connazionali rimasti in patria approfitteranno di questo momento per sollevarsi. C’è chi vede nella pressione americana un’occasione per abbattere la teocrazia. Altri temono che il risultato sia il contrario: un Paese ancora più autoritario.Siamo a Tehrangeles, soprannome che perfino Google Maps ha reso ufficiale nel 2012. È il cuore della più grande comunità iraniana al mondo fuori dai confini dell'Iran. E dal 28 febbraio, quando Stati Uniti e Israele hanno colpito la Repubblica islamica, è un osservatorio sui sentimenti più contraddittori di un popolo in esilio.Qui, mentre la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran scuoteva il Medio Oriente, si è combattuto per mesi il conflitto silenzioso delle coscienze, che continua anche con la prospettiva di un cessate il fuoco. «Quando ho saputo che Khamenei era stato ucciso ho provato un attimo di sollievo — racconta Melika, 21 anni, arrivata a Los Angeles pochi mesi fa —. Poi quello è sfumato ed è rimasta soltanto la paura. Ora non so che cosa pensare. Spero solo che le cose cambino».Vedere il proprio Paese sotto le bombe americane stato è uno choc per tutti. «Per un momento abbiamo pensato che il regime potesse cadere – dice Farshad Mirza, proprietario di una panetteria –. Dopo quarantasette anni di repressione sembrava possibile immaginare un futuro diverso. Ma quella speranza non è sopravvissuta alla guerra».La comunità iraniana negli Stati Uniti è numerosa, pari a circa 780mila persone. Soltanto nell’area metropolitana di Los Angeles in oltre 230mila si definiscono di origine iraniana. Sono tra gli immigrati più istruiti del Paese: due terzi hanno una laurea, uno su tre un titolo post-laurea. Tra loro figurano una vincitrice della Medaglia Fields, dirigenti della Nasa, premi Pulitzer. Ma le diverse ondate migratorie hanno prodotto identità politiche differenti. Ci sono coloro che fuggirono dopo la rivoluzione islamica del 1979. Ci sono gli esuli della guerra Iran-Iraq degli anni Ottanta. Ci sono studenti rimasti negli Stati Uniti dopo gli studi e giovani arrivati negli ultimi anni dopo le proteste del movimento Donna, Vita, Libertà.La diaspora non va immaginata neppure come un blocco solo musulmano: accanto ai fedeli dell’islam ci sono ebrei, baha’i, zoroastriani, cristiani e una larga componente laica che dell’islam politico non vuole sapere nulla. E quella di Los Angeles è una comunità benestante e integrata, che nel 2007 ha visto eleggere a Beverly Hills il primo sindaco di origine iraniana. Da decenni Tehrangeles è anche una fabbrica culturale che parla all’Iran. Da qui, dagli anni Ottanta, emittenti satellitari e case discografiche rilanciano verso la madrepatria canzoni, telenovele e talk show in farsi che il regime non riesce sempre a controllare: una “Persia di Los Angeles” che a Teheran si guarda di nascosto e che i chierici hanno sempre considerato una minaccia. Quella stessa rete – oggi fatta soprattutto di canali YouTube – è diventata centrale nelle ultime settimane, mentre dall’Iran arrivavano video frammentari e si cercava di decidere se l’attacco americano avrebbe scatenato un cambio di regime.Nei primi giorni di marzo, a Westwood migliaia di persone hanno ballato in strada mentre un aereo trascinava in cielo lo striscione: «Thank You Trump». C’è chi ha stappato champagne in pieno giorno. «Ma poi l’euforia è stata rimpiazzata dall’angoscia – spiega Shahrzad, un’altra giovane iraniana emigrata negli Stati Uniti –. Era una gioia avvelenata: la giustizia per cui combattiamo da anni ci era stata sottratta da due eserciti stranieri».Molti di coloro che hanno lasciato il Paese per sfuggire alla repressione della Repubblica islamica hanno perso amici o parenti durante le proteste degli ultimi anni. «Detesto la Repubblica islamica, ha ucciso un mio amico d’infanzia – dice Ali, quarantenne nato negli Stati Uniti da genitori iraniani –. Ma quando ho visto le immagini della distruzione ho provato rabbia verso chi devasta il Paese che amo. E la rabbia non è sparita con le ultime notizie: che cosa hanno ottenuto gli Stati Uniti con questo guerra?».Nasser, sessantenne che continua a viaggiare regolarmente in Iran, descrive sentimenti simili. «All'inizio pensavo che forse fosse arrivato il momento della fine – dice –. Adesso vedo solo sofferenza. L’Iran sarà più povero, più affamato e più impaurito. La gente non si è ribellata perché non ha una guida credibile, né in Iran né all’estero».Le tensioni politiche si intrecciano con una crescente insicurezza. Negli ultimi mesi la diaspora è finita nel mirino della stretta migratoria dell’Amministrazione Trump, tanto che più di una dozzina di parlamentari democratici hanno chiesto alla Casa Bianca di sospendere le deportazioni verso l'Iran (per questo nessuno a Tehrangeles si lascia fotografare). «Viviamo sospesi tra cielo e terra – racconta una donna iraniana in attesa della decisione sulla sua richiesta di asilo –. Non sappiamo se il Paese che ci ha accolti ci permetterà di restare».Nella piccola chiesa di Touran il pastore Masoud Massah cerca di dare una risposta concreta a questa inquietudine. «Molti non hanno nessuno qui – spiega –. Io e mia moglie aiutiamo i nuovi rifugiati iraniani a trovare casa, lavoro. Organizziamo cene, incontri. La solitudine è una delle ferite più profonde dell’esilio». Intanto, nei ristoranti di Westwood, il dibattito continua e la speranza resta viva: «Il regime cadrà – dice Nasser –. È soltanto una questione di tempo».
Viaggio a Tehrangeles. «La nostra speranza era la caduta del regime»
Nel cuore della più grande comunità iraniana al mondo, che si trova all'ombra dei grattacieli di Los Angeles, si guarda all'accordo con gli Usa con un misto di attesa e rassegnazione. «All'inizio dell'offensiva militare stappavamo champagne, poi all'euforia si è via via sostituita l'angoscia»













