Il SoFi Stadium di Inglewood, alle porte di Los Angeles, è una grande astronave attorno a cui brulicano decine di migliaia di tifosi vestiti da Zio Sam e avvolti in stelle e strisce. Sorridono, cantano, lanciano urletti d'entusiasmo. Tra venditori di hot dog da 10 dollari, sciarpe e Bibbie, c'è però anche chi protesta con rabbia. "Siamo iraniani rifugiati negli Stati Uniti, costretti all'esilio dagli stessi terroristi che hanno selezionato e spedito la nazionale di calcio a giocare in questi Mondiali. La loro presenza fa sanguinare ferite mai del tutto chiuse", dice d'un fiato Samira, una donna minuta vestita dalla testa ai piedi con i colori del Paese che ha lasciato nel 1999 e che non ha mai più rivisto. Sulla maglietta e sul cappellino campeggia il leone dorato che appariva sulle bandiere prima della rivoluzione islamica e che oggi è diventato il vessillo della resistenza agli ayatollah. La nazionale dell'Iran si prepara a Tijuan, in Messico, scossa dalla notizia del ritrovamento di un corpo in avanzato stato di decomposizione in un'auto davanti al suo riitiro; la guerra tra Washington, Tel Aviv e Teheran imperversa invece a oltre 12 mila chilometri di distanza e a dieci ore e mezza di fuso, ma scuote profondamente questo angolo di California, che ospita la più grande comunità della diaspora iraniana al mondo. Dei circa 500 mila americani di origine persiana residenti negli Stati Uniti, più di un terzo vive qui. Per molti di loro l'arrivo della squadra del Paese da cui sono dovuti fuggire, o che conoscono soltanto attraverso i racconti dei genitori spezzati dalla nostalgia, non è motivo di orgoglio. Anche per questo la federcalcio di Teheran ha minacciato di ritirare la squadra se durante la partita sugli spalti compariranno scritte 'sgradite' o anche solo una bandiera diversa da quella 'consentita'. "La bandiera che vedete entrare negli stadi, una delle 48 del torneo, non rappresenta il mio popolo. È la bandiera della Repubblica Islamica, che opprime i nostri fratelli da decenni", protesta pero' Samira "Quando Trump e Netanyahu hanno attaccato Teheran sono stata sollevata, anche se con il cuore spezzato", racconta Bahar. "Ora sono delusa. Come possono trattare con gli islamisti?". Si strofina il viso come per ricacciare il pianto. È arrivata in California a 24 anni. "So cosa significa vivere sotto un regime di terrore che reprime ogni diritto. Non parlo solo delle donne. In Iran è impossibile anche essere uomini liberi". Meno rabbia, ma stessa perplessità, aleggia più a nord, tra i tavolini ombreggiati dalle bouganville del bar Attari. Nel cuore di Westwood, il quartiere incastonato tra Beverly Hills e Santa Monica, la comunità iraniana ha costruito una patria lontano da casa. La chiamano Persian Square, Little Persia o Tehrangeles: un susseguirsi di ristoranti, bazar, parrucchieri e uffici con insegne in caratteri persiani, in cui si sente parlare più il farsi dell'inglese. "Adoro seguire il calcio", sorride Mehrdad, il proprietario della caffetteria che serve kebab, baklava e tè. Davanti alla cassa un grande televisore trasmette Canada-Bosnia. "Non so come sentirmi per questa nazionale che dovrebbe rappresentare il Paese in cui sono nato. Sono fuggito quando avevo nove anni e oggi ne ho sessanta. È difficile dire che sia la mia squadra. In questo momento è difficile anche solo pensarci". A Westwood non tutti parlano volentieri. C'è chi teme ripercussioni sui familiari rimasti in Iran e chi non vuole esporsi in una comunità divisa tra speranza e rifiuto della guerra. "Io tiferò sia per gli Stati Uniti sia per l'Iran", stringe le spalle Arman Pahlavi, mentre festeggia con la madre e i nonni la sua ammissione a Berkeley. "Non dobbiamo confondere sport e politica. Sono nato qui, ma la mia famiglia viene da Teheran. Come iraniano ho avuto poche occasioni di leggerezza. Non voglio sprecare questa".
"Quella non è la nostra bandiera", iraniani di Los Angeles divisi sulla nazionale - Mondiali 2026 - Ansa.it
La città ospita la più grande comunità di esiliati persiani negli stati Uniti (ANSA)











