La diaspora è profondamente divisa tra attivisti che promuovono il boicottaggio degli stadi e tifosi leali che si battono per separare il calcio dalla politica

La Nazionale iraniana è obbligata ad allenarsi e pernottare a Tijuana, in Messico, sebbene tutte le partite del suo girone (ed eventuali incontri a eliminazione) siano giocate negli Stati Uniti, potendo entrare nel Paese solo un giorno prima dei match e uscendone immediatamente dopo. Né un minuto di più né un minuto di meno, senza che i familiari dei calciatori – per questioni d’immigrazione – possano recarsi sul posto per assistere alle partite. Il governo americano, nel frattempo, ha negato il visto a 15 membri chiave del personale amministrativo e di supporto iraniano, citando motivi di sicurezza nazionale, presunti legami con il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica e sostenendo che vi fossero tentativi di far entrare clandestinamente dei terroristi sotto falsi pretesti. Senza contare che, pochi giorni prima dell'inizio del torneo, la Fifa ha revocato l'assegnazione ufficiale dei biglietti per i tifosi iraniani, impedendo loro di acquistarli tramite i canali abituali della propria federazione.

Un Mondiale in salita per l'Iran