Incertezza, perplessità e forte sfiducia. Ma anche paura che i raid e gli attacchi possano riprendere. Sono questi i sentimenti prevalenti che si percepiscono in queste ore a Teheran dove regna una calma surreale, tra l'attesa per l'annuncio di un possibile accordo con gli Stati Uniti e la paura per una tregua rivelatasi finora fin troppo fragile. Un'incertezza che continua ad avere conseguenze pesanti sulla vita di tutti i giorni, sulle attività economiche e anche sull'istruzione di decine di milioni di studenti. Lasciando la maggior parte degli iraniani in balia di un enorme stress, alimentato dai tanti dubbi e dalle tante contrastanti notizie su quel che succederà. In tanti si chiedono a cosa credere: se alle dichiarazioni in cui si annuncia la possibilità di un "buon accordo", oppure alle parole minacciose che riaccendono il timore di nuovi raid.

Gli ultimi sviluppi parlano di un accordo in via di finalizzazione che impedirebbe all'Iran di dotarsi di armi nucleari e preveda la riapertura dello Stretto di Hormuz, oltre allo sblocco dei fondi iraniani congelati e alla revoca delle sanzioni statunitensi. Ma buona parte dell'opinione pubblica e diversi osservatori a Teheran esprimono perplessità per quello che secondo molti si profila come un accordo fragile e incapace di risolvere tutte le questioni irrisolte tra i due acerrimi nemici di lunga data: le distanze sembrano rimanere profonde così come permane un clima di forte sfiducia. Alle divergenze tra le due parti si aggiunge anche l'indignazione di alcuni funzionari e gruppi rivoluzionari, fermi oppositori di qualsiasi compromesso, convinti di non poter raggiungere una riconciliazione con gli Stati Uniti senza perdere la propria identità e ideologia. Gruppi che hanno celebrato i recenti attacchi missilistici iraniani contro Israele e contro le basi regionali statunitensi durante i loro raduni notturni in piazza Enghelab a Teheran, martedì sera.