L’approvazione preliminare del decreto sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale nelle attività di polizia porta il dibattito pubblico fuori dal recinto della tecnologia e dentro il cuore dello Stato costituzionale.La notizia, letta accanto alle prime analisi dedicate ai rischi del provvedimento, mostra con chiarezza il passaggio politico in corso: l’intelligenza artificiale entra nell’apparato della sicurezza pubblica come strumento di supporto, ma la sua forza reale incide sulla forma stessa del potere amministrativo, investigativo e preventivo.Il decreto nasce nel solco dell’AI Act e della legge italiana sull’intelligenza artificiale. Questa genealogia europea e nazionale fornisce al testo una veste ordinata: diritti fondamentali, proporzionalità, trasparenza, sorveglianza umana, revisione qualificata degli output, tracciabilità delle operazioni, valutazioni d’impatto. La superficie normativa parla il linguaggio della garanzia. Sotto quella superficie, però, pulsa una domanda più radicale: quale forma assume il potere di polizia nel momento in cui l’identificazione, la selezione, la ricerca e la localizzazione di una persona passano attraverso sistemi capaci di leggere il volto, compararlo con archivi, attribuirgli un grado di somiglianza e orientare l’azione pubblica?Indice degli argomenti