Il 10 giugno il governo ha approvato in esame preliminare uno schema di decreto legislativo sull’impiego dell’intelligenza artificiale nelle attività di polizia. Il comunicato stampa che ne dà conto ha toni rassicuranti: l’Ia potrà essere usata solo entro un perimetro rigoroso, senza sorveglianza massiva; per l’identificazione biometrica sarà necessaria l’autorizzazione giudiziaria; la segnalazione dell’algoritmo non potrà tradursi automaticamente in controlli, fermi o altri atti di polizia, ma dovrà sempre essere valutata da operatori umani.
Non siamo dunque di fronte alla sorveglianza biometrica generalizzata (come disgraziatamente capita oggi in alcuni regimi autocratici), ma alla sua regolazione selettiva. E tuttavia qualche motivo di preoccupazione resta. Regolare una pratica, infatti, non significa soltanto limitarla, ma anche legittimarla, inserendola stabilmente nell’ordinamento.
Il problema non è se sia lecito che la polizia usi strumenti tecnologici avanzati in casi eccezionali: in situazioni di pericolo grave e imminente – per esempio nella ricerca di persone scomparse o nel contrasto a reati gravissimi – l’uso di tecnologie sofisticate può essere giustificato.
L’Ia in caserma e a scuola, le Big Tech corrono all’incasso







