Le civiltà sono sistemi educativi che danno forma all’umano che sognano, distillandola in particolare nei riti di passaggio, su tutti quello dall’infanzia all’età adulta. Guardiamo allora al nostro «esame di maturità» per capire chi siamo e cosa vogliamo per i nostri ragazzi. Giovedì inizia l’ennesimo nuovo (cambiare tutto per non cambiare niente?) esame di maturità. Detto «di Stato» nella riforma Berlinguer (fine anni 90), l’esame ora (ri-)diventa «di maturità». Sostantivi o sostanza? La parola «maturità» per «licenza liceale» circolava informalmente già dopo l’Unità d’Italia, ma Gentile, nella riforma del 1923, la scelse ufficialmente. Nel suo rigido sistema l’esame di maturità era molto selettivo (in sedi e con commissioni esterne) e predittivo: solo chi lo superava avrebbe avuto accesso all’università, ad alcune professioni e ai concorsi. Il ministero ha ripristinato la dicitura «esame di maturità» per dare più protagonismo al participio presente (lo Studente) che al participio passato (lo Stato). Ma essendo docente dal 2000, di maturità o di Stato che sia, chiedo: serve ancora un esame che promuove tutti (più del 99%)? O è solo un rito di passaggio svuotato di significato e riempito di ansia superflua, che regge solo perché il titolo ha valore legale (il famoso «pezzo di carta»)? Perché non lo aboliamo o non lo rendiamo veramente «di maturità»?