Nel linguaggio comune è sempre stata la “maturità” e da quest’anno torna a chiamarsi così anche ufficialmente. L’insieme di prove che 527mila candidati stanno per affrontare si è chiamato “esame di Stato” per quasi trent’anni, dalla riforma di Luigi Berlinguer entrata in vigore nel 1999.

Si torna dunque indietro agli anni Novanta, almeno nel nome. Con l’idea – ha spiegato il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara – che l’esame debba certificare la crescita dei ragazzi e non limitarsi alle singole prove di questi giorni.

Intanto per gli studenti l’esame sembra avere lo stesso peso di sempre, che si riflette in un rito di passaggio che ha ispirato libri, film e canzoni. E che ogni anno costringe anche gli adulti a fare i conti con un ricordo che pensavano di avere archiviato fra gli incubi del passato.

Fuori e dentro le scuole c’è il solito dibattito se sia il caso di mantenere questo peso, quasi iniziatico, o se si debba al contrario demistificarlo un poco. La maturità non si conquista sempre a scuola. O forse sì?

Intanto, per sicurezza, le ragazze e i ragazzi che ci proveranno a modo loro stanno già facendo quello che ogni generazione ha sempre fatto: cercare di prevedere l’ignoto, sperare che uscirà l’autore giusto, temere quello sbagliato, chiedere consigli a chi c’è già passato.