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La lezione più profonda del maxiprocesso Rinascita Scott non sta soltanto nel numero degli imputati, nelle condanne, nelle assoluzioni o nelle migliaia di pagine di atti processuali. Sta soprattutto nella rappresentazione di un potere mafioso che, in molti casi, non ha più bisogno di dichiararsi: agisce per reputazione, per riconoscimento sociale, per forza di abitudine. Nelle intercettazioni ricorrono parole apparentemente ordinarie: favori, mediazioni, assunzioni, imprese, campagne elettorali, rapporti personali. La ’ndrangheta viene evocata raramente in modo esplicito, ma si rivela proprio dentro quella normalità, nei gesti quotidiani attraverso cui il potere mafioso si insinua nelle relazioni sociali, economiche e politiche.
È questo il dato più inquietante, ma non certo nuovo: la ’ndrangheta ha sempre esercitato il proprio dominio non solo attraverso la violenza, ma anche attraverso la capacità di intermediazione. Da tempo si presenta come soggetto capace di risolvere problemi, aprire porte, orientare decisioni, mettere in relazione bisogni e interessi. Dove lo Stato è percepito come distante, lento o inefficace, il potere mafioso prova a occupare gli spazi lasciati vuoti dalle istituzioni. Non sempre ordina: spesso media. Non sempre minaccia: spesso concede. Non sempre impone: spesso si rende necessario.











