C'è il Dna calabrese dietro il patto della "mafia a tre teste" in Lombardia. Tra i faldoni spuntano i legami con Cosenza e Catanzaro, mentre i clan portano al Nord i vecchi metodi: estorsioni, intimidazioni e lupara bianca. Allarme bomba in aula

C’è un filo invisibile, ma robustissimo, che unisce le storiche roccaforti criminali della Calabria alle ricche praterie economiche della Lombardia. Il processo Hydra, che vede alla sbarra 45 imputati accusati di aver siglato un’inedita e presunta alleanza tra ‘ndrangheta, camorra e cosa nostra, rimarrà radicato nel capoluogo lombardo. L’ottava sezione penale del Tribunale di Milano ha infatti respinto le eccezioni delle difese, confermando che il cuore pulsante del consorzio criminale ha iniziato a battere nel Milanese. Ma l’anima dell’inchiesta parla calabrese, attingendo a piene mani dalle indagini e dai procedimenti delle Direzioni Distrettuali Antimafia di Catanzaro e Reggio Calabria.

Il caso di Cosenza e la “lupara bianca” esportata al Nord

Il legame strettissimo con la terra d’origine emerge chiaramente dalle pieghe burocratiche dell’udienza. I giudici hanno infatti stralciato la posizione di un imputato calabrese nei cui confronti è stata pronunciata sentenza di non doversi procedere, poiché lo scorso anno era già stato giudicato dal Tribunale di Cosenza per gli stessi identici reati. Non si esportano però solo gli uomini, ma anche i metodi più feroci e arcaici della criminalità organizzata d’origine. La Direzione Distrettuale Antimafia milanese ha infatti smentito categoricamente l’idea di una presenza mafiosa discreta e invisibile oltre i confini regionali, citando esplicitamente un drammatico caso di lupara bianca avvenuto in territorio lombardo.