Pubblicato il: 21/06/2026 – 18:30
di Mariateresa Ripolo
ROMA Un «flusso informativo costante tra Roma e la Calabria», fatto di viaggi e «imbasciate», ma anche da momenti di altissimo valore simbolico con una «mangiata» considerata una vera e propria riunione di ‘ndrangheta. Al vertice un «dualismo operativo» che portava a una suddivisione dei ruoli ben precisa. Nelle motivazioni della sentenza con cui la Corte di Cassazione ha analizzato i ricorsi del processo “Propaggine”, i supremi giudici mettono nero su bianco la mappa della penetrazione dei clan calabresi nel tessuto economico e sociale di Roma. Un quadro dettagliato che poggia su fondamenta probatorie ritenute granitiche, a partire dalle intercettazioni ambientali e telefoniche.
Interessi e affari tra Calabria e Roma
Per i giudici il “locale” di Roma esiste, opera e risponde pienamente alle matrici della criminalità organizzata calabrese. Nelle motivazioni viene affrontato subito il nodo del legame con la Calabria, specificando che le tesi difensive sulla mancata dimostrazione dell’operatività dei clan d’origine vengono spazzate via dalle evidenze d’indagine. Gli ermellini evidenziano infatti come «le emergenze processuali acquisite in atti depongono decisamente in senso contrario», citando le conversazioni in cui il boss Antonio Carzo esortava i sodali a portare i saluti ai vertici di Sinopoli e annunciava che, non appena libero dai vincoli della sorveglianza speciale, «si sarebbe personalmente recato in Calabria per ragguagliare i vertici della cosca sulla situazione romana».Proprio sulla natura del rapporto tra la Calabria e la Capitale, la Suprema Corte offre una lucida chiave di lettura. La tesi dei magistrati è chiara: la ‘ndrangheta fuori dai confini regionali non si muove per ordini diretti, ma per vie più sottili. Il collegamento con la casa madre, scrivono i supremi giudici, ha piuttosto la «natura di raccordo e di condivisione di interessi e prospettive nel contesto di un fenomeno con matrice e regole comuni senza, tuttavia, sostanziare l’etero-direzione del sodalizio derivato».A garantire questa autonomia e l’autorevolezza del gruppo romano erano i suoi stessi vertici, descritti come personalità «accreditate nel territorio capitolino dalle pregresse esperienze personali e anche giudiziarie in terra calabra, fonte di autorevolezza criminale nel panorama della ndrangheta unitaria». Loro erano incaricati di «dare una cornice organizzativa ai numerosi “giovanotti” già insediati singolarmente nella capitale e nei dintorni al fine di realizzare la massiccia penetrazione di taluni settori economici». Un piano di espansione supportato da un «flusso informativo costante tra Roma e la Calabria», fatto di viaggi e “imbasciate” portate dai figli del boss, ma anche da momenti di altissimo valore simbolico e deliberativo, come la documentata partecipazione di Domenico Carzo «alle celebrazioni per la Madonna di Polsi nel settembre 2017 e alle riunioni di ndrangheta tenutesi nella circostanza con conferimento di doti e contatti ai massimi livelli della consorteria».









