La Cassazione motiva la sentenza Propaggine che certifica un “locale” di ‘ndrangheta a Roma, sinergie tra cosche della Piana e di Cirò
ROMA – Un asse aspromontano-cirotano aveva sottomesso il mercato della ristorazione a Roma. Lo si legge nelle motivazioni della sentenza “Propaggine”, con cui la Corte di Cassazione ha accertato, per la prima volta, l’esistenza di un “locale” di ‘ndrangheta autonomo nella Capitale. La radiografia giudiziaria è ormai definitiva. La ‘ndrangheta ha piantato le sue radici a Roma, replicando le medesime strutture di potere, i medesimi rituali gli stessi metodi violenti che adotta nel territorio d’origine. La casa madre è a Cosoleto e Sinopoli, paesini incastonati tra le colline pre-aspromontane che puntellano la Piana di Gioia Tauro.
Il patto di sangue
Ma le sinergie operative sono con la cosca Farao-Marincola di Cirò, nel Crotonese. Così i giudici della Seconda Sezione penale della Suprema Corte, respingendo i ricorsi difensivi, e avvalorando l’impalcatura dell’inchiesta della Dia, hanno blindato la sentenza del filone del rito abbreviato del maxiprocesso “Propaggine”, ponendo il sigillo di legittimità su una colonizzazione criminale pianificata. Parliamo di condanne per oltre 100 anni di carcere, la più alta delle quali, a 18 anni di reclusione, inflitta al boss Antonio Carzo. Ma a queste sono da aggiungere pene per altri 240 anni inflitte nel rito ordinario dal Tribunale penale di Roma nei mesi scorsi. La forza d’urto di questa struttura non risiedeva soltanto nell’isolata caratura criminale dei suoi promotori, ma in una fitta e strategica rete di alleanze. L’attacco sistematico all’economia romana si è consolidato attraverso un asse criminale che collegava direttamente la Calabria ionica e tirrenica al cuore del commercio romano.








