Ha ragione Anna Foa. Nella petizione contro l’invito a Eshkol Nevo si intrecciano due questioni che la perdurante tragedia di Gaza ed ora del Libano si sono fuse, ma hanno origini e motivazioni distinte. Una riguarda l’opportunità di escludere, in contesti di dibattito culturale, chi non è allineato al millimetro con le posizioni di chi invita su una questione che questi ritiene dirimente per riconoscere lo statuto di interlocutore, che si tratti di come definire ciò che il governo israeliano sta facendo a Gaza, nella Striscia, in Libano, della guerra russo-ucraina, ma anche delle varianti del femminismo, lo statuto da riconoscere alle persone trans, la possibilità di essere fortemente in accordo con il papa su alcune cose e in disaccordo su altre, l’equità fiscale e via elencando. L’altra riguarda come trattare chi, ebreo e israeliano, si batte contro il proprio governo, ne critica le nefandezze, ma, appunto non ha posizioni perfettamente allineate con chi, non israeliano, ha deciso quale sia l’unica posizione giusta da tenere. Perciò è ritenuto di fatto assimilabile al governo che critica e combatte. È lo stesso atteggiamento per cui è stato impedito alla brigata ebraica di partecipare alle celebrazioni del 25 aprile e alla associazione LGBT ebraica di partecipare alle manifestazioni per il gay pride a Roma perché, secondo gli organizzatori, non avevano preso “adeguatamente” le distanze dal governo israeliano. Una richiesta, per altro, non fatta ad altri gruppi, ma solo a loro, appunto perché ebrei, quindi per principio sospetti di intelligenza con Netanyahu e il suo governo. Peraltro, come accenna signorilmente solo di sfuggita Anna Foa nel suo bel commento di ieri, non si vede altrettanto acribica attenzione da parte dei custodi dell’ortodossia anti–Netanyahu a difesa di quegli e quelle italiane ebree che, come la stessa Foa, sono state ostracizzate dalla comunità ebraica romana a motivo della loro forte ed esplicita denuncia come genocidio di ciò che succede a Gaza e in Palestina. Anna Foa ha descritto meglio di quanto possa fare io il rischio di antisemitismo strisciante presente in questo tribunale permanente in cui si giudicano le posizioni dei singoli ebrei rispetto a ciò che fa il governo israeliano, oltre che di delegittimazione e indebolimento dell’azione di chi, in Israele, si batte nei modi che ritiene più opportuni e efficaci contro il governo, tenendo conto anche della complessità del contesto e delle questioni in gioco. Qui vorrei tornare alla prima questione: la polarizzazione diffusa e crescente che sta caratterizzando il dibattito culturale e politico, non solo tra gli schieramenti politici in senso stretto, ma anche all’interno di quello progressista ed anche nelle manifestazioni culturali.