La petizione contro la partecipazione dello scrittore israeliano Eshkol Nevo al prossimo festival letterario che si tiene in luglio in Puglia, “Il libro possibile”, firmata anche dalla vicesindaca di Bari e dall’arcivescovo, suscita nuovamente il tema caldissimo del boicottaggio culturale di Israele, dopo la vicenda di Erri De Luca a Salerno e dopo quella dello sceneggiatore israeliano, netto oppositore di Netanyahu, Nadav Lapid a Marsiglia. Il tema è assai controverso. In questo caso, Nevo è stato accusato non di aver preso posizioni a favore della politica del governo israeliano, ma di «non averne prese di abbastanza pubbliche e chiare». Non di aver fatto, ma di non aver fatto. Un’affermazione assai discutibile, dato che Nevo è uno degli esponenti di punta di una generazione di intellettuali israeliani favorevoli alla pace e ostili alla politica del governo e dato che ci si domanda chi, soprattutto nel nostro Paese, può avere il diritto di giudicare quale sia il grado necessario di chiarezza e di pubblicità per non essere giudicati complici di Netanyahu. Le affermazioni della petizione contro Nevo si avvicinano al sostegno a un boicottaggio generalizzato a tutti gli intellettuali israeliani. È questo che chi si batte fuori da Israele contro gli orrori che continuano a avvenire a Gaza, in Cisgiordania, in Libano, davvero vuole? E pensa che sia davvero il modo migliore per aiutare il partito della pace in Israele, per sostenere le migliaia di persone che si impegnano senza sosta contro i misfatti del loro governo, che gridano «stop genocide» in ogni manifestazione, che aiutano concretamente i palestinesi di Cisgiordania contro coloni ed esercito? Non stiamo invece aiutando a crescere l’antisemitismo e quindi implicitamente la tesi di Netanyahu che ogni opposizione ad Israele è mossa dall’antisemitismo?
Così si rischia la deriva del no agli ebrei: non è antisemitismo, ma fanatismo
Da De Luca a Lapid e Nevo, boicottare gli intellettuali è sbagliato. Si finisce per ostacolare solo chi vuole la pace











