Genova – “Il Pride di Genova si è concluso. Le strade sono tornate silenziose, ma l'eco dei numeri da record della manifestazione per le strade di Genova ci impone una riflessione profonda. Genova ha sfilato, ha celebrato, ha dimostrato di voler essere una città "tempesta", capace di scuotere le coscienze. Ma, spenti i riflettori, rimane una domanda scomoda: quanto di questa apertura riesce a varcare la soglia dei nostri luoghi di lavoro?”. E’ l’inizio della lettera che un giovane cameriere di Varazze già con esperienze significative in locali di successo (Alessandro Basoli) ha spedito al Secolo XIX il giorno dopo la sfilata del Pride che ha portato in strada migliaia di partecipanti (qui il servizio della grande parata per le strade di Genova). Una domanda per affrontare un tema delicato e assolutamente attuale: quello dell’orientamento sessuale negli ambienti di lavoro.

A sinistra Alessandro Basoli

“Lavoro nel settore dell'accoglienza e della ristorazione da tempo – prosegue Basoli – È un mondo che amo, basato sul rigore, sull'eccellenza e su un'attenzione maniacale verso l'altro. Proprio in questi giorni sto intraprendendo un percorso presso una delle attività più esclusive della nostra regione, un contesto in cui la cura del dettaglio è elevata ad arte. Eppure,proprio osservando la soglia tra il mondo del lusso e la realtà quotidiana di chi cilavora, emerge una contraddizione evidente. L'alta ristorazione si presenta spesso come l'emblema dell'accoglienza universale, eppure, anche nelle brigate più prestigiose, permane un pregiudizio sottile, quasi sussurrato. Esiste un "soffitto di vetro" che molti professionisti percepiscono ogni giorno. È fatto di battute che vorrebbero essere goliardiche, di pregiudizi radicati nel "buon costume" di un ambiente che, pur essendo internazionale, fatica ad accettarel'orientamento sessuale come parte integrante dell'identità del professionista”. E ancora il giovane varazzino: “Molti colleghi scelgono la strada dell'autocensura, indossando una maschera di neutralità prima di indossare la divisa, temendo che la loro identità possacompromettere l'immagine del servizio o la serenità del clima di brigata. Questo non è solo un limite personale, è un limite del settore: si continua a pensare che l'orientamento sessuale possa essere un "elemento di disturbo" per la percezione di esclusività, quando invece dovrebbe essere chiaro che la vera eccellenza risiede nell'autenticità di chi serve”. Infine la chiosa del suo ragionamento: “Il Pride non deve esaurirsi in una giornata di colori in via XX Settembre. Deve essere un richiamo alla coerenza per Genova. Se vogliamo davvero essere una città aperta, dobbiamo iniziare a rendere i nostri luoghi di eccellenza — i nostri ristoranti, i nostri hotel, i nostri templi dell'ospitalità — spazi dove il talento non debba essere mediato dall'orientamento o dall'identità. Perché un servizio di alto livello non è fatto soltanto di tecnica e perfezione formale. È fatto di persone libere. Solo quando il lusso sarà sinonimo di vera, radicale libertà, potremo dire di aver vinto la nostra battaglia più importante: quella per una società dove, in ogni brigata come in ogni piazza, l'unica etichetta che conta sia la qualità del proprio impegno”.