Appena il caldo bolognese ha allentato un po’ la morsa, verso le 5 del pomeriggio, il corteo del Pride della cittadina emiliana ha iniziato a lasciare lentamente i Giardini Margherita.

La piattaforma organizzatrice, che raccoglie le realtà LGBTQIA+ cittadine, mette l’accento sul Pride come momento di rivendicazione politica sulle diverse istanze che oggi interessano il panorama italiano e internazionale.

Prima fra tutte quella del popolo palestinese, una questione prioritaria, ribadita al grido di «No Pride in genocide» e riportata sullo striscione in testa la corteo.

«Come persone queer persone LGBT non rifiutiamo solo l’economia di guerra che sostiene il genocidio, ma anche i dispositivi che ne alimentano la propaganda, come il pink washing di Israele per spacciarsi da portatore di democrazia in Medio Oriente», dice Milù, attivista del Laboratorio Smaschieramenti, tra le realtà della piattaforma Rivolta Pride. «Noi crediamo che non ci sia nessun orgoglio a piazzare una bandiera arcobaleno sulle macerie di Gaza», aggiunge. Proprio in questi giorni per le strade di Tel Aviv ha preso il via il primo Pride dall’inizio della mattanza su Gaza, accentuando nel movimento la necessità di prenderne distanza. In serata è stata messa in scena una performance visiva e sonora, su ciò che è accaduto nel porto di Ashdod, da parte di alcune attiviste presenti sulla barca queer della flotilla. Tra cui Ilaria Mancosu: «Siamo qui per affermare che non saremo libere finché tutte le popolazioni non saranno libere», dice.