Negli Usa molti brand non rinnovano il loro sostegno alla comunità Lgbtq+ sotto le pressioni della politica conservatrice contro i programmi di inclusione. E in Italia? Ecco come si stanno muovendo gli sponsor a Roma, Milano, Napoli e Torino
C’è chi sfila per i diritti e c’è chi si sfila per convenienza, ragioni politiche o paura del contraccolpo reputazionale. Anche quest’anno il Pride Month si trova ad affrontare un fenomeno iniziato già da qualche anno: la ritirata dei grandi marchi globali, o almeno di alcuni. «La prima causa è questa ondata trumpiana internazionale, che probabilmente mette in difficoltà le grandi aziende», spiega a Open Antonello Sannino, Presidente di Antinoo Arcigay Napoli, associazione che coordina il Napoli Pride. Se negli Stati Uniti il Wall Street Journal ha svelato una fuga di sponsor storici (da Starbucks a Mastercard) dovuta alle crescenti pressioni dell’amministrazione Trump contro i programmi di Diversity, Equity and Inclusion (DEI), l’onda d’urto sta attraversando l’Atlantico, colpendo direttamente le piazze del nostro Paese.
Tra multinazionali con la casa madre oltreoceano che tagliano i budget, marchi che chiedono di rimanere “invisibili” e alcune discussioni interne al movimento queer sul rischio di rainbow washing, la mappa del sostegno economico ai Pride italiani è profondamente cambiata. Abbiamo intervistato i responsabili dei coordinamenti di Roma, Milano, Napoli e Torino per capire chi entra, chi esce e quanto rischia di costare la difesa dei diritti.












