HomeCronacaIl Pride resta necessario, non siamo ancora nel ‘dopo’: odio, discriminazioni e aggressioni sono in aumentoIl Pride nasceva dalla necessità di uscire dall’invisibilità dopo anni di marginalizzazione, derisione e paura: da corteo identitario a gesto civile collettivo, “l’orgoglio“ gay si è trasformato da manifestazione identitaria a gesto civile collettivo. Non più soltanto “guardateci”, ma “guardiamoci”Due partecipanti a un Gay Pride (foto d’archivio)Ricevi le notizie di Quotidiano Nazionale su GoogleSeguiciAll’inizio si chiamava Gay Pride. Quel “Gay” era una parola sottratta all’insulto e portata in piazza. Oggi si dice soprattutto Pride perché la ferita originaria si è estesa fino a comprendere molte vite e identità a lungo private dei diritti. In Italia, la “differenza” viene accettata se si presenta come eccezione brillante: artisti, performer, registi. Molto meno quando prende la forma della vita ordinaria: famiglia, scuola, lavoro, amore quotidiano. Sopravvive ancora un principio ipocrita: si fa, ma non si dice. E se si dice, meglio sottovoce.

Due partecipanti al Pride di Milano (foto d’archivio)

Il Pride sembra una festa, e in parte lo è. Ma nasce dalla necessità di uscire dall’invisibilità dopo anni di marginalizzazione, derisione e paura. Prima dei carri e degli slogan ci sono state esclusioni, lavori perduti, condanne morali, vite vissute di nascosto. La sua storia affonda nella rivolta di Stonewall del 28 giugno 1969, a New York, scoppiata dopo l’ennesima retata della polizia in un locale frequentato da persone omosessuali e trans.