Il calcio come lo immaginano i bambini è un gioco capace di occupare ogni spazio e trasformare un cortile in uno stadio, un pallone consumato in una promessa di avventura. Potremmo pensare che sia la magia dell’immaginazione, ma io credo più che sia un atto di resistenza che parte dai più piccoli. Da bambina guardavo la serie tratta dalla Compagnia dei Celestini insieme ai miei cugini, poi uscivamo di casa e correvamo a giocare sull’asfalto della strada davanti, perché passano poche automobili, soltanto quelle dei residenti. Per qualche ora quel pezzo di strada diventava il centro del nostro mondo, e non aveva niente a che fare con il calcio che guardavamo in televisione o sugli schermi dell’Eurobet.

Noi ci sentivamo un po’ scugnizzi e un po’ campioni del mondo.

Forse è per questo che “Il sogno di Mohammed”, libro di Cristiana Pulcinelli, mi colpisce così in profondità. Perché racconta una storia che parla di guerra, ma che al centro conserva ostinatamente il diritto all’infanzia e il diritto fondamentale di immaginare un futuro per tutti i bambini del mondo.

Nel libro di Cristiana, la figura di Mohammed, il giovane palestinese che fondò una scuola calcio in un campo profughi di Gaza, ci ricorda che esistono gesti semplici che diventano straordinari, e in un luogo attraversato dai bombardamenti continuare a distribuire palloni e riunire bambini non era soltanto un’attività sportiva, ma un modo per difendere l’umanità.