I bambini non giocano più a calcio per strada perché, se gli dici «Prendi la palla, che andiamo al parchetto», non capiscono; capiscono solo se gli dici «Bro, andiamo al playground». La palla non la portano perché ti dicono: «Mamma, la palla non serve, tanto al playground c’è il locker col kit» e, a quel punto, una persona normale dice al bambino: «Senti, stiamo a casa, tieni l’iPad, radicalizzati su Telegram».
Vivo in un posto – Milano – dove un’area verde alla Barona è diventata «uno spazio nato attraverso uno sguardo queer, frutto di un percorso di ascolto, co-design della volontà condivisa di renderlo sempre più accessibile e vissuto da tutte le persone». Vivo dove le «fioriere diventano così strumenti di trasformazione e partecipazione» – forse se le fioriere le lanci –, ma soprattutto vivo in una città dove l’assessora allo Sport Martina Riva pensa che uno non sia in grado di portarsi il pallone al parco, facendo passare l’installazione dei locker nei playground per lo sbarco sulla Luna. «Dai kit per basket e pallavolo a quelli per calcio, tennis, fitness, ping-pong e bocce, i locker trasformano parchi e playground in una rete diffusa di spazi sportivi accessibili»: i bambini non vedevano l’ora che le bocce diventassero uno sport accessibile.








