Chi se lo ricorda il super santos? Quel pallone di plastica rosso granata, il compagno di giochi, di vita di tanti ragazzi italiani. Quel pallone mi è tornato in mente guardando il Marocco far girare la testa al Brasile che pure è uno squadrone. Da quando sono nate le scuole calcio, l’indottrinamento di questo sport è avanzato come fosse una specie di nuovo servizio militare, e le lezioni di tattica, l’allenatore col fischietto e bambini frastornati, inseguiti, inzuppati di promesse e di richieste. Un mondo di nuovi lavoratori del pallone, di impiegati annoiati che promuovendo la disciplina non si sono accorti di travolgere quel disordine creativo, quella gioia infinita e anche la caciara infinita di partite senza tempo e senza storie, di piccole e brevi zuffe quotidiane e di un amore totale a volte neanche ricambiato dalla palla.

Negli anni quegli spazi da noi sono andati svuotandosi di bambini, le nostre periferie sono divenute poco sicure, i paesi piegati dall’abbandono, le scuole calcio sempre invece più affollate, i papà più impazienti e più devoti alle necessità. Più tute, più tabelle, più ordine, più competizione. La fortuna dei Paesi che ancora arrancano in economia, come il Marocco, è che forse ancora si giocherà nei villaggi con un super santos africano, una palla e basta, senza linee laterali, senza arbitri e senza allenatori. Giocando a perdifiato, fin quando il sole non tramonta, fin quando ce n’è.