I Mondiali di calcio hanno riportato il Marocco in evidenza con la sua squadra formata quasi per intero da remigrati, secondo la terminologia reazionaria. Il fenomeno diciottenne Ayyoub Bouaddi, nato 50 chilometri a nordest di Parigi, guida un gruppo di calciatori che hanno preferito giocare con la nazionale nordafricana anziché con la maglia del paese dove sono nati e dove molti di loro, prima di diventare ricchi e famosi, sono stati poveri e discriminati. Sotto la patina calcistica ci sono temi politici che stanno riportando l’attenzione internazionale sul Regno d’Occidente, con i suoi 38 milioni di abitanti più altri 3,2 milioni residenti all’estero.La monarchia alauita è guidata da Mohammed VI, un sovrano così amato da essere stato risparmiato dalle proteste della Primavera araba del 2011, diretta a vari esponenti del suo entourage. Lo stato di salute del sovrano preoccupa i cittadini in vista di una successione non semplice. L’erede, destinato al trono con il nome di Hassan III, ha 22 anni ed è molto legato alla madre Salma Bennani, ingegnera informatica di famiglia borghese che ha divorziato dal re nel 2017. Secondo quanto rivelato dal libro inchiesta pubblicato da poco a firma del giornalista marocchino Omar Brouksy (“Maroc, fin de règne”), il delfino potrebbe rivoluzionare gli equilibri di un assetto dominato dagli apparati di sicurezza e da alcune figure vicine a Mohammed VI come i fratelli Azaitar, un clan di pugili-wrestler nati a Colonia in Germania. Da entrambi i centri di potere sono arrivati motivi di serio imbarazzo per la corona, per esempio con le intercettazioni dei telefoni di Pedro Sánchez ed Emmanuel Macron attraverso lo spyware israeliano Pegasus, anche se le fonti governative hanno negato ogni addebito.Il refrain abusato sul “paese ricco di contraddizioni” è un luogo comune che si adatta alla situazione. La nazione alauita si presenta da anni come elemento di moderazione nelle relazioni tempestose che agitano il Medio Oriente. Il paradosso del Marocco è nel volersi portatore di politiche conciliatorie, costruite sulla tolleranza, e contemporaneamente vivere una guerra in casa che ha creato frizioni politiche fra il regno di Mohammed e la comunità internazionale.Le bombe di Donald Trump e Benyamin Netanyahu hanno il loro riflesso nella parte meridionale del Marocco dove sono ripartiti gli scontri fra l’esercito marocchino e i ribelli della Repubblica Araba Sahrawi Democratica, la Rasd formata dal Fronte Polisario che lotta per l’autodeterminazione e l’indipendenza da quando la Spagna si è ritirata dai suoi possessi coloniali nel 1975. Meno di due mesi fa, l’Espresso ha pubblicato un intervento sulla questione sahrawi di Laura Boldrini, presidente del comitato diritti umani della Camera che ha visitato i campi profughi nel deserto.Da allora la situazione, già difficile dopo che a novembre del 2020 è stato interrotto il cessate il fuoco, è peggiorata. L’8 giugno scorso, un’operazione militare condotta per mezzo di droni che il Marocco compra da Turchia, Israele e Cina ha ucciso uno dei principali esponenti della guerriglia sahrawi, Lahbib Abdelaziz, figlio del capo militare Mohammed e fratello di un altro leader, Jalil.Eppure l’ultimo quinquennio è stato segnato da notevoli successi diplomatici. A marzo del 2022 la Spagna ha chiuso la lunga parentesi della neutralità sulla guerriglia sahrawi alimentata dalle armi algerine e libiche. Due anni dopo è stata la Francia a riconoscere la legittimità del Marocco sui territori sahariani. L’anno scorso il consiglio di sicurezza dell’Onu si è allineato. Per quanto riguarda i paesi africani, ad aprile 2026 il Mali in crisi per la ripresa degli attacchi jihadisti e dei separatisti tuareg ha rotto i ponti con il Polisario, dopo il Ghana a e lo Zambia.L’Italia, che a luglio del 2025 ha nominato ambasciatore Pasquale Salzano, diplomatico ed ex manager di Eni, Simest e Cdp, si barcamena per non irritare il partner algerino che fornisce il 30 per cento del fabbisogno energetico nazionale attraverso il gasdotto Transmed.Sullo sfondo di questi accordi l’emergenza energetica aggravata dal blocco dello stretto di Hormuz porterà ulteriori cambiamenti. L’accordo fra Nigeria e Marocco alla firma entro il 2026 prevede di rivoluzionare le rotte del gas con un tracciato alternativo a quello algerino. La nuova infrastruttura da 25 miliardi di dollari, chiamata African Atlantic Pipeline, collegherà il porto di Lagos con Tangeri, all’imbocco occidentale dello stretto di Gibilterra, dopo un percorso lungo quasi 7 mila chilometri misto tra terra e mare. Al momento, è stata realizzata solo una piccola parte della rete, da Lagos a Takoradi in Ghana.Per gli scambi commerciali l’Unione europea è la principale destinataria dell’export con un valore di 26 miliardi di euro per il 2025. L’intesa cordiale con la Francia rimane in primo piano non soltanto per i circa 2 milioni di emigrati ma anche per la presenza in Marocco dei grandi gruppi transalpini (Engie, Alstom, Safran, Véolia, Total). Ma oltre alle fabbriche della Renault e della Peugeot (gruppo Stellantis), è stata aperta una partnership anche con la Cina che sta realizzando la Mohammed VI Tech City per produrre componenti per l’industria automobilistica su un sito da 500 ettari proprio a Tangeri, di fronte alla penisola iberica.Combinare gli elementi del puzzle non è semplice. Il Marocco è uno dei paesi mussulmani che ha mantenuto buoni rapporti con Israele, aldilà dei droni Bluebird della Israel Aerospace Industries (Iai) che dall’anno scorso vengono prodotti a Ben Slimane, a nordest di Casablanca. Re Mohammed è stato il quarto leader islamico a normalizzare le relazioni con Tel Aviv il 20 ottobre 2020 dopo gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrein e il Sudan.Fra i consiglieri più apprezzati del sovrano, e prima di suo padre Hassan II, c’è André Azoulay, 85 anni portati brillantemente. Nato a Essaouira da famiglia ebraica, Azoulay ha un piede a Rabat e uno a Parigi dove la figlia Audrey è stata prima ministro della cultura del governo di Bernard Cazeneuve sul finire della presidenza socialista di François Hollande (2017) e poi direttrice generale dell’Unesco per otto anni (2017-2025).Azoulay, che a fine marzo è stato il primo inviato della corona alauita a rendere omaggio in Vaticano al nuovo papa Leone XIV, in occasione del cinquantenario delle relazioni diplomatiche fra i due Stati, non ha dimenticato le sue radici nella comunità ebraica di Essaouira, l’antica Mogador centro carovaniero sull’Atlantico per i commercianti diretti a sud verso il Sahara e oggi nota per i suoi festival culturali, fra i quali una kermesse dedicata al cinema italiano che è arrivata alla quinta edizione.«Qui un tempo risiedevano 16 mila sudditi di religione ebraica oggi quasi tutti emigrati in Francia», dice Azoulay. «Molti tornano qui in visita perché si sentono protetti dal re. Il dialogo è l’unica strada, contro la prepotenza di alcuni leader». Bayt Dakira, la casa della memoria dentro la Medina di Essaouira. Crollata, ricostruita e inaugurata dal re il 15 gennaio del 2020, è uno dei centri culturali più visitati. Un’oasi nel deserto in espansione dell’intolleranza.