Hassan II era già lui un appassionato: come Berlusconi pretendeva di insegnare gli schemi agli allenatori, prima del Mondiale 1986 intervenne in prima persona per convincere il portiere e capitano Zaki a partire per il Messico nonostante un furibondo litigio con il suo commissario tecnico, subito dopo la grande vittoria con il Portogallo che garantiva al Marocco la prima storica qualificazione agli ottavi di finale telefonò in spogliatoio e chiese di parlare personalmente con ogni singolo giocatore e poi li premiò tutti a sue spese regalando alla squadra il proseguimento del soggiorno sino alla conclusione del Mondiale e i biglietti per assistere alla finale all’Azteca. Ma è con il figlio, Mohammed VI, monarca in carica, che il calcio è diventato per il Paese l’architrave di un’architettura di soft power oltre che una leva geopolitica strategica fra iniziative diplomatiche, consolidamento di rapporti di potere, investimenti sulle infrastrutture non solo interne e sviluppo dei settori giovanili.

Il Marocco, fra l’altro semifinalista in Qatar nel 2022, è certamente il motore principale di questo straordinario boom del calcio africano. Sulla sua scia, hanno superato la fase a gironi addirittura nove delle dieci partecipanti a questo Mondiale: soltanto la Tunisia non ce l’ha fatta. In passato non erano mai state più di tre. Vero che in questa edizione extralarge il numero delle africane ammesse è raddoppiato e che c’è un turno in più da giocare, ma sono state promosse il 90% delle squadre rispetto all’81% delle europee. Sembra che improvvisamente tutti i vecchi difetti delle nazionali africane, stereotipi che è inutile ripetere, siano improvvisamente spariti. In realtà, non c’è solo calcio alle spalle di questo improvviso benessere pallonaro.