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«D’amore nun se more, ma se sta male». Questo antico detto romano esprime e sintetizza come meglio non si potrebbe il momento attuale della gente laziale, che sta male per amore. Per amore, si sa, a volte si chiudono gli occhi ed in questi ventidue anni di «Lotitismo» li abbiamo chiusi molte volte, troppe forse. Lo abbiamo fatto ogni volta che ci è stato rinfacciato di essere stati presi ad un funerale e salvati dalla morte, oppure quando ai nostri sogni è stato detto di non avere la dignità di essere sognati, perché sequestrati nella gabbia deprimente e fredda di fantomatiche solide realtà. Abbiamo chiuso gli occhi ogni volta che ci è stato rinfacciato il pagamento dei debiti, come se questi debiti non li avessimo in realtà pagati noi, direttamente, andando allo stadio e comprando i prodotti Lazio e indirettamente, abbonandoci alle diverse piattaforme televisive e digitali (i bilanci parlano per noi). Così come li abbiamo chiusi quando la nostra storia ultracentenaria è stata ripetutamente schiaffeggiata e trattata come una storia modesta, senza gloria, senza ambizione, oppure quando siamo stati scherniti perché sappiamo parlare «soltanto» di pallone. Ultimamente siamo stati anche presi a parolacce (così come la nostra storia), ma ormai i nostri occhi sono aperti.












