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Caro Direttore, lasci che usi una metafora per raccontare quello che provo in questo momento. La Lazio è malata, e lo è da troppo tempo ormai. Il virus è entrato dentro e sta conquistando posizioni sempre più forti, nonostante la reazione degli anticorpi. E quegli anticorpi, in questa immagine, sono la risposta di chi quella maglia la indossa, la difende, la ama. Chi gioca, chi tifa, chi da sempre porta nel cuore i nostri colori sta cercando di reagire. Ma da solo non basta, perché il male è profondo e rischia di radicarsi. Per questo ci vuole una cura forte e immediata, prima che la malattia diventi cronica. Prima, cioè, che si stabilizzi in quella mediocrità che sarebbe la condanna peggiore per un club come il nostro. Non parlo di una sconfitta, non parlo di una stagione storta: quelle fanno parte del gioco, le abbiamo vissute tutti e le abbiamo superate. Parlo del rischio di accomodarsi, di accontentarsi, di smettere di ambire. Ed è questo il pericolo che oggi avverto come laziale e come uomo che a questa squadra ha dato una parte importante della propria vita.

La medicina, allora, è chiara. Servono i migliori uomini, sia in campo che in società. Servono competenze, visione, qualità. Ma soprattutto serve il coraggio. Sì, il coraggio, perché è quella la qualità che fa la differenza tra chi gestisce e chi guida davvero. È quel coraggio che ebbe Umberto Lenzini, per me il miglior presidente in assoluto della storia della Lazio. Mi torna in mente un episodio che dice tutto di lui. Dopo il primo anno in Serie A della sua Lazio, rifiutò la vendita di Giorgio Chinaglia alla Juventus per la cifra di un miliardo e mezzo di lire. Disse un no secco ad Agnelli, che lo aveva chiamato personalmente. E allo stesso modo rispedì al mittente un'offerta del Milan da due miliardi per Re Cecconi e per me.