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Caro Direttore, rispondo volentieri all’invito della Redazione che mi chiede cosa penso della situazione-Lazio, anche in riferimento all’articolo scritto da Luigi Bisignani e al dibattito che «Il Tempo» ha deciso di avviare dando voce di quanti amano la Lazio e soffrono molto per la situazione che si è creata e che, ormai, sembra senza una via d’uscita diversa dal cambio al vertice societario. La squadra del cuore è patrimonio di quanti la seguono con una passione che si tramanda di padre in figlio. Alla Lazio si vuole bene come a una persona cara, è la compagna di viaggio di una vita, con lei si condividono gioie e amarezze. Personalmente, penso di avere le carte in regola per dire la mia, seguo la Lazio dalla seconda metà degli anni Sessanta. Da bambino i miei beniamini si chiamavano Arrigo Dolso e Giampiero Ghio, prima ancora di diventare uno della generazione-Chinaglia, con tutto quel che di bellissimo – ma poi anche di brutto; e ancora e di nuovo, più avanti, di meraviglioso – ci è toccato in sorte di vivere.

Da tempo anch’io sono molto critico con il presidente Lotito. Il mio non è partito preso, anzi. È una scelta maturata a una quindicina d’anni, dopo svariati tentativi di comprendere talune asprezze e vani tentativi di consigliarlo per il meglio. Fu lui a cercarmi pochi giorni dopo aver firmato le carte nello studio notarile Gilardoni. Cercò me e pochi altri giornalisti notoriamente tifosi. Si mostrò molto gentile, mi invitò a Genova- prima di campionato – a bordo di un piccolo aereo che aveva noleggiato. La Lazio vinse contro la Samp (Di Canio su rigore) e il battesimo lasciava prevedere cose buone. Invece, fu un anno di sofferenza, la salvezza venne conquistata con fatica.