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Caro Direttore, il sentimento che provo è soprattutto di dispiacere. Perché fa male vedere un ambiente spaccarsi in una maniera che, a mio avviso, sarà difficilmente ricucibile. Cosa bisognerebbe fare? È la domanda delle cento pistole. Da quando frequento questo mondo, da appassionato di calcio che dentro la Lazio conserva i ricordi e gli affetti più belli, da uomo che questa società la ama e che sportivamente ha ricevuto tantissimo, vedere una condizione così mortificante mi addolora profondamente.

E ciò che noto, purtroppo, è un comportamento che sembra ormai senza ritorno. In questi giorni ho letto le dichiarazioni di chi evoca scenari lontani, club come New York, Miami, Parigi, modelli di un calcio internazionale e patinato. Ma la verità, qui a Roma, è un'altra: lo strappo è grosso, davvero importante. E le soluzioni sono difficili persino da immaginare. Mi verrebbe da dire: presidente, faccia un aumento di capitale, una campagna acquisti forte, porti entusiasmo. Ma sarei il primo a riconoscere che le mie sono parole utopiche. Davanti a noi, la realtà racconta tutt'altro. E allora, a onor del vero, vedo grandi difficoltà.

Non è il risultato sportivo a spaventarmi, sia chiaro. Ciò che mi preoccupa è la profonda ferita che si è aperta tra chi ama la Lazio, chi la gestisce e tutte le componenti che ci lavorano. Non ho mai visto una distanza simile. Ho scomodato i club americani proprio per dire l'opposto: altro che grandi progetti internazionali, qui si respira un'aria pesante, tutt'altro che positiva. Servirebbe avvicinare le parti, ma non vedo la volontà di farlo. Il popolo laziale è lontanissimo dalla sua proprietà, e in un contesto simile la progettazione sportiva diventa quasi l'ultimo dei problemi, l'elemento che meno conta. Perché prima di pensare alla squadra, bisognerebbe ricucire lo strappo. E ricucirlo, oggi, è complicatissimo.