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Gentile Direttore, per anni ho creduto che ogni distanza potesse essere colmata e ogni conflitto ricomposto ma oggi fatico a immaginare una riconciliazione tra la proprietà del club e la gente. Il punto non riguarda più solo le prospettive sportive, la gestione miope e nemmeno lo stadio Flaminio, per molti la linea di confine tra la speranza di una svolta e la definitiva rassegnazione. Il nodo è la totale incompatibilità del presidente Claudio Lotito con la natura più profonda del calcio: la partecipazione emotiva, la capacità di condividere gioie, sofferenze e speranze di una comunità. Anche il bluff della mano tesa tentato con una lettera aperta ai tifosi ha avuto vita breve. Un copione già visto. Parole che durano lo spazio di poche ore, intenzioni che non si trasformano mai in fatti.
Agorà Lazio, il muro contro muro è diventato invalicabile
Si può discutere all'infinito di bilanci, indici finanziari, mercato e progetti di sviluppo, ma nessun piano industriale potrà sanare l’assenza di empatia né restituire una credibilità ormai perduta. Si può detenere la proprietà di un club, ma non si può pensare di rappresentare un sentimento senza comprenderlo. E non si può pretendere ostinatamente il consenso avendone ignorato la condizione essenziale: il rispetto. Per la storia della Lazio, per la sua gente, per chi non vive quei colori come una semplice passione sportiva, ma come un patrimonio sentimentale ereditato e da tramandare. Il rispetto si costruisce con l'ascolto, l'autocritica e con la capacità di riconoscere il valore di chi si ha di fronte anche quando contesta. Lotito invece ha sempre derubricato il dissenso a ingratitudine e lo ha trasformato in uno scontro personale. È qui che si è arrivati al punto di non ritorno.






