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Caro Direttore, intanto ti ringrazio per averci dato l'opportunità di scrivere qualche riga sul momento attuale della Lazio. Vorrei partire da una considerazione di fondo: il tentativo di Lotito, dopo ventidue anni, di parlare finalmente con la gente laziale. Per anni, in tanti, abbiamo cercato di fargli capire quante cose si potevano fare meglio. Ma, per sua stessa ammissione, ha sempre preferito non ascoltarci, non comprendere davvero com'è fatto il mondo Lazio. Eppure non chiedevamo molto. La prima cosa che mi viene in mente è lo stadio. Perché non creare già al suo arrivo i presupposti per pensare al Flaminio? È una richiesta che gli feci personalmente, nelle pochissime volte in cui lo incontrai, e ogni volta lui si rifugiava in risposte evasive. Quando glielo ricordavo, si infastidiva delle mie parole, al punto da cominciare a immaginare addirittura Valmontone, perché i suoi terreni non erano edificabili e lì non si poteva costruire, anche per la vicinanza del Tevere. Per circa vent'anni ho cercato in tutti i modi di convincerlo, e non ero il solo: tanti, prima e insieme a me, avevano avanzato la stessa richiesta. Poi, dopo due decenni, si accorge del Flaminio. Immaginate: potevamo già giocarci dieci anni fa come minimo, se solo avesse ascoltato la gente. Non il sottoscritto, ma tutti i tifosi, che sognavano di tornare a casa, dove avevano giocato Piola e Di Canio, dove c'era la Rondinella, dove c'era la casa della Lazio. È la prima cosa che fa capire come non abbia mai voluto ascoltare il suo popolo.