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Caro presidente non sono qui a scriverle per paura. I laziali, quelli veri, la paura non l'hanno mai conosciuta. Non ci hanno spaventatogli anni bui. Non ci hanno spezzato le cadute. Non ci hanno piegato le domeniche d'inferno in Serie B, i campi di provincia, le umiliazioni sportive, le battaglie perse e quelle vinte contro ogni pronostico. Noi siamo figli di una storia dura. Una storia che ci ha insegnato a resistere. I ragazzi di oggi forse non sanno cosa significasse attraversare quegli anni. Non hanno vissuto l'inferno. Ma sono figli di padri e madri che quelle cicatrici le portano ancora addosso. Le hanno tramandate come si tramanda un cognome, un valore, un'appartenenza. Per questo non è la paura a muoverci. È la delusione. È la rabbia. È la sensazione terribile di vedere le lancette dell'orologio tornare indietro di quarant'anni.
Vedo la sperequazione del tifo nelle nuove generazioni. Vedo una città che lentamente si allontana dalla Lazio. Vedo stadi svuotati, entusiasmo consumato, passione affaticata. Vedo padri costretti a combattere ogni giorno per trasmettere ai figli un amore che dovrebbe nascere spontaneo. E invece bisogna spiegarlo, difenderlo, giustificarlo. Quasi elemosinarlo. Perché la Lazio non è una squadra qualsiasi. La Lazio è un modo di stare al mondo. È eleganza. È stile. È educazione. È equilibrio. È il privilegio di sentirsi diversi senza sentirsi superiori. È un'identità che attraversa le generazioni. Eppure, Presidente, proprio questa identità è ciò che lei non è mai riuscito davvero a rappresentare. I laziali hanno provato ad accoglierla. Poi a comprenderla. Poi a sopportarla. Infine a contestarla. Oggi tra lei e il suo popolo non c'è più una distanza. C'è un abisso. E la cosa più dolorosa è che, quando finalmente ha provato a costruire un ponte, lo ha fatto troppo tardi e nel modo sbagliato. La sua lettera sarebbe potuta essere una mano tesa. È diventata l'ennesima occasione mancata: nessuna assunzione di responsabilità, nessuna ammissione di colpa. Solo una difesa d'ufficio. Tanto che a quelle parole è seguita la replica puntuale di chi, come Bisignani, le ha rivolto domande precise rimaste senza risposta. Lei continua a parlare di progetti. Di conti. Di bilanci. Di sostenibilità. Di un 2027 che cancellerà i debiti, di stadi e di quotazioni future.












