Sarà stavolta un’indagine che fermerà il ponte sullo Stretto? La domanda ce la siamo fatta alte volte. Adesso il lavoro dei magistrati coinvolge, tra gli altri, un ex consigliere della Stretto di Messina SpA, la società concessionaria incaricata della progettazione, costruzione e gestione del ponte.
Sarà il colpo decisivo? Dipenderà, certo, dagli sviluppi giudiziari. Ma dipenderà, soprattutto, dalla capacità di chi si oppone all’opera di trasformare in argomento politico il quadro che l’inchiesta fa emergere. In altre parole, dall’efficacia con cui i nuovi elementi entreranno nel dibattito pubblico e condizioneranno la percezione dell’opera, dei costi e delle opportunità politiche a essa connesse.
Al di là delle eventuali responsabilità penali che l’inchiesta potrà accertare, le ipotesi di reato, le intercettazioni e le ricostruzioni della procura sembrano infatti corroborare, con tutte le cautele del caso, quello che ripete, da oltre venticinque anni, il movimento che si batte contro la costruzione del collegamento stabile tra Sicilia e Calabria. E cioè l’esistenza di un blocco sociale che si nutre del ponte – non soltanto della sua eventuale realizzazione, ma anche della sua interminabile progettazione, dei continui rinvii, dei passaggi procedurali che nel tempo alimentano costi, incarichi, compensi, relazioni e interessi. Tra gli altri, di questo blocco fanno parte, in forme e con ruoli diversi, gli attori della governance tecnico-politica dell’opera: progettisti, consulenti, partiti favorevoli alla sua realizzazione, ampi segmenti di categorie professionali e, naturalmente, la società concessionaria.











